[Rock] Black Rebel Motorcycle Club – Beat The Devil’s Tattoo (2010)

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http://www.blackrebelmotorcycleclub.com/http://vagrant.com/ Con i loro giubbotti in pelle nera e l’aria vissuta – anche se in realtà erano poco più che ventenni – i Black Rebel Motorcycle Club s’inserirono perfettamente nel revivalismo garage/rock’n’roll dei primi anni Zero, perfettamente a loro agio fra Strokes e White Stripes. Quello che però li distingueva da molti altri gruppi simili,


http://www.blackrebelmotorcycleclub.com/
http://vagrant.com/

Con i loro giubbotti in pelle nera e l’aria vissuta – anche se in realtà erano poco più che ventenni – i Black Rebel Motorcycle Club s’inserirono perfettamente nel revivalismo garage/rock’n’roll dei primi anni Zero, perfettamente a loro agio fra Strokes e White Stripes. Quello che però li distingueva da molti altri gruppi simili, e che rappresentava la loro peculiarità, era l’elemento shoegaze di chiara impronta Jesus And Mary Chain, il quale riuscì a dare un tocco di freschezza all’eponimo debut – album (2001) e al successivo “Take Them On, On Your Own” (2003). Eppure, quello che arrivò dopo spiazzò tutti: “Howl” (2005) era opera semiacustica, intrisa di folk, country, gospel e american roots music; un disco splendido, ma non tutti capirono ed accettarono la svolta. E allora il trio decise di tornare sui suoi passi con “Baby 81” (2007), pubblicazione più elettrica e rock, ma tutto sommato deludente. Poi arrivò l’orrido pastrocchio strumentale di “The Effects Of 333”, paciugo ambient – noise – drone fatto da musicisti che, si percepì chiaramente, si muovevano maldestramente in un territorio che non era il loro; nessuno capì, anche perché non c’era nulla da capire. L’unico indizio che un’uscita del genere poteva fornire era quello di aver a che fare con una band in spaventosa crisi d’idee, forse finita o quasi.

Invece “Beat The Devil’s Tattoo” convince nel giro di pochi ascolti e vede il trio alla riscossa. Dietro le pelli ora siede Leah Shapiro al posto del nuovamente defezionario Nick Jago (aveva già lasciato i BRMC nel 2004 per un breve periodo), in cerca di fortune soliste. Nonostante il cambio di line – up, il sound non è mutato granché: e proprio questo è il punto di forza del disco. La banda californiana ha smesso di cercare sbocchi improbabili alla propria musica, ed è tornata a scrivere canzoni. In questo senso “Beat The Devil’s Tattoo” è una bella collezione di canzoni, suonate con la convinzione e l’attitudine giusta. Che, tra l’altro, risulta anche esser la loro creazione più matura, poiché è abile nel mantenere l’equilibrio fra le due anime dei BRMC, quella rock e quella acustica. Ne vengono fuori tredici pezzi che ripercorrono idealmente i migliori episodi contenuti nei primi quattro capitoli della saga del club, con un occhio di riguardo per i deragliamenti più strettamente garage.

Le derive alla Jesus And Mary Chain restano confinate nella melodia in feedback di “Evol” e nei dieci minuti finali di “Half – State”, psycho – rock che potrebbe esser visto quale anello di congiunzione tra gli autori di “Psychocandy” e una jam psichedelica degli ultimi anni Sessanta. Il meglio però lo si trova nel blues prima acustico poi elettrificato della title – track, in quello acido e distorto delle lente e melmose “River Styx” e “Aya”, nei quadretti country – folk dylaniani di “Sweet Feeling” e “The Toll”, con tanto di armonica; apice del disco è comunque l’abbraccio fra Rolling Stones e Stooges che si realizza in “Conscience Killer”, talmente stilizzata e risaputa da esser commovente, con quel coro simil – voodoo e le stilettate finali della chitarra. Vera musica da biker, che rende giustizia alla ragione sociale del complesso.

Certo il vero garage, quello più basilare e sanguigno, è un’altra cosa, e i puristi continueranno a preferire, fra i contemporanei, gente come Lords Of Altamont e simili (e io li capisco). Tuttavia “Beat The Devil’s Tattoo” rimane un ottimo disco rock a tutto tondo, che dimostra la sostanza dei BRMC, musicisti reali e non semplici fenomeni adatti a una moda passeggera.  Il logoro adagio “It’s only rock’n’roll, but I like it” ci viene in soccorso per la millesima volta. E, se pensate che anche gli Stones stessi nel 1974 facevano già accademia, potete gustarvi questo album senza vergogna alcuna.

Stefano Masnaghetti  

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