[Rock] Lostprophets – The Betrayed (2010)

lostprophets the betrayed 2010 /5
http://www.lostprophets.com/http://www.visiblenoise.com/http://www.bmgricordi.it/ Quattro anni sono passati da “Liberation transmission”, disco della discordia per la band gallese e inizio di una serie di sfortune che hanno rischiato di minare la sopravvivenza stessa dei Lostprophets. A distanza di così tanto tempo, arriva questo “The betrayed”, pronto a confermare la caratura di una band osannata nel Regno Unito, ma




http://www.lostprophets.com/

http://www.visiblenoise.com/
http://www.bmgricordi.it/

Quattro anni sono passati da “Liberation transmission”, disco della discordia per la band gallese e inizio di una serie di sfortune che hanno rischiato di minare la sopravvivenza stessa dei Lostprophets. A distanza di così tanto tempo, arriva questo “The betrayed”, pronto a confermare la caratura di una band osannata nel Regno Unito, ma praticamente ignorata in Italia.

I britannici riescono a recuperare quella credibilità persa con la precedente release, caratterizzata da un sound commerciale e fin troppo radiofonico, con undici pezzi che mescolano passato e presente della musica anglosassone. Un disco diviso, di fatto, in due parti: escludendo l’anthemica “Where we belong” (che ricorda i Green Day di “American Idiot”), la prima è quella che tributa gli esordi della band e la sua natura più aggressiva. “DSTRYR/DSTRYR” è, infatti, un manifesto dell’alternative metal di fine anni Novanta, un pezzo ritmato e tirato che richiama gli statunitensi Snot. La seconda è quella più tranquilla e melodica, che strizza l’occhio alla scena indie rock inglese (“A better nothing” e “Streets of nowhere”) e al rock da stadio dei conterranei Muse e Coldplay (“Dirty little heart” e “Darkest blue”), in quello che potrebbe essere il futuro musicale dei Lostprophets. Brani di qualità, anche se non è presente un filler o una vera e propria hit (escludendo “DSTRYR/DSTRYR”, grazie soprattutto al ritornello che entra in testa da subito). Gli episodi migliori sono nella prima parte del disco, ma in quella più melodica e “indie” si vendono gli spunti più interessanti, che potenzialmente potrebbero esplodere in futuro.

“The betrayed” sembra annullare quanto fatto con “Liberation transmission”, capace nell’impresa di mettere contro la band i suoi stessi fan. Undici pezzi per un disco che, pur rimanendo una palese marchetta a livello di onestà, non delude dal punto di vista qualitativo. La speranza è che questo album rimetta in carreggiata i gallesi nei mercati dove avevano già un ruolo di prima importanza, e che possa diventare il trampolino per il lancio anche in stati “secondari” come, ad esempio, l’Italia.

Nicola Lucchetta

Condividi.