[Rock] Uli Jon Roth – Under A Dark Sky (2008)

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SOS – Tempus Fugit – Land Of Dawn – Magic Word – Inquisition – Letter Of The Law – Stay In The Light – Benediction – Light And Shadows – Tanz In Die Daemmerung http://www.ulijonroth.com/http://www.spv.de/ Più difficile del previsto giudicare l’album di un uomo che ama definirsi “l’artista rinascimentale del ventunesimo secolo” anche perché ne

SOS – Tempus Fugit – Land Of Dawn – Magic Word – Inquisition – Letter Of The Law – Stay In The Light – Benediction – Light And Shadows – Tanz In Die Daemmerung

http://www.ulijonroth.com/
http://www.spv.de/

Più difficile del previsto giudicare l’album di un uomo che ama definirsi “l’artista rinascimentale del ventunesimo secolo” anche perché ne conosco giusto uno che, a proposito di bagliori rinascimentali post “hard rock era”, non ha nulla da imparare: Ritchie Blackmore vi dice qualcosa?
Anche Uli Jon Roth, che i più ricorderanno per i trascorsi negli Scorpions, si cala nei panni di un antiestetico menestrello contemporaneo (perché, in fondo, menestrelli che imbracciavano una chitarra elettrica la storia non ne ricorda, io nemmeno) alle prese con delicate intersezioni orchestrali per una realizzazione che vive, ve lo dico subito onde evitare dubbi, di pochi alti e tanti bassi.

La dimensione preponderante di Under A Dark Sky è quella vergata nero su bianco sulle ultime prove del lungocrinito teutonico, una sorta di Rock Opera che prevede larghissimo uso della Sky Orchestra (eccellenti musicisti inglesi, chapeau) e del “taglio” neo-classico del chitarrista, sempre in prima linea a sfoggiare le sue indiscusse abilità tecniche. Basso e tastiere inclusi.
A completamento del cast sono intervenuti, tra gli altri, Mark Boals (ex Yngwie Malmsteen, Royal Hunt), Liz Vandall (ex-Sahara), Peter Ewald, Michael Flexig (Zeno), Michael Ehre (Metalium), ma sono le latenti doti di scrittura a levare qualche dubbio.

Il disco è lento e prevedibile, giocato sulla regalità di un’imponente orchestra che doveva e poteva essere registrata per glorificare le fasi epiche, non certo per inchinarsi al cospetto di un solo strumento riverberato. Le atmosfere celestiali alimentano suggestioni che scompaiono velocemente, Uli Jon Roth insiste con i brani troppo lunghi per quello che mettono in scena, vedi l’interminabile suite conclusiva che avrebbe sortito un effetto migliore se dimezzata.

Per farla breve, le cose si sono fatte meno interessanti rispetto a quanto fatto in passato, e il sentiero ripreso da Uli pare promettere molto poco. Io dico che, a fronte di un parco attori così variegato, il tedesco avrebbe dovuto assoldare anche un songwriter che potesse sfruttare tutto il “ben di Dio” concesso da SPV. Occasione sprecata.

Gaetano Loffredo

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