Roll The Dice – In Dust

Roll The Dice In Dust Recensione /5
Due svedesi di Stoccolma o giù di lì. Uno,  Peder Mannerfelt, è un ex componente dei Fever Ray. L’altro, Malcolm Pardon, è un produttore di colonne sonore per cinema e televisione. I giornali, la tv e la stampa dicono che in questi tempi duri va alla grande il vintage. I due scandinavi danno una loro

Due svedesi di Stoccolma o giù di lì. Uno,  Peder Mannerfelt, è un ex componente dei Fever Ray. L’altro, Malcolm Pardon, è un produttore di colonne sonore per cinema e televisione.

I giornali, la tv e la stampa dicono che in questi tempi duri va alla grande il vintage. I due scandinavi danno una loro versione dei fatti con un’operazione personale. Vanno in freezer e tirano fuori gli anni ’80. Il reparto è quello del kraut androide, terzo ripiano sulla destra. Iniziano a scongelarlo un po’ nel fornetto microonde di vecchi synth analogici.

Poi chiudono Jean Michael Jarre di “Oxygene” e i Tangerine Dream in una stanzetta polverosa, senza finestre. Non si respira. Ci sbattono dentro John Carpenter che inizia ad interrogarli sotto pressione su incubi, claustrofobia, horror, sci-fi. Cosmico, no? Dall’altra stanza arriva il suono del pianoforte, a volte note buttate come pezzi di shanghai, altre in seriale ripetitività. Dalle fessure arrivano rumori astratti, sperimentazioni elettroniche. Ecco l’evoluzione contemporanea nell’amalgama degli ingredienti e dalle loro derive. In un viaggio dalle trame space.

Luca Freddi

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