Sadside Project Winter Whales War

Sadisde Project Winter Whales War 3/5
Si fa un gran parlare dei Sadside Project, soprattutto nell’area romana, dove giocano in casa. Chi scrive ha avuto l’occasione di vederli dal vivo sul finire del 2011, quando aprirono il concerto dei Verdena in un gremito Atlantico di Roma – per altro, Roberta Sammarelli, la sempre acclamata bassista della band bergamasca, ha suonato con

Si fa un gran parlare dei Sadside Project, soprattutto nell’area romana, dove giocano in casa. Chi scrive ha avuto l’occasione di vederli dal vivo sul finire del 2011, quando aprirono il concerto dei Verdena in un gremito Atlantico di Roma – per altro, Roberta Sammarelli, la sempre acclamata bassista della band bergamasca, ha suonato con loro dal vivo e ha partecipato alle session in studio. Dunque “Winter Whales War“, secondo album della band, ha previsto partecipazioni di rilievo, alle quali si aggiunge anche quella di Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosions, alcuni membri dei King Of The Opera e altri musicisti che gravitano nel circuito indie capitolino; questa produzione dalle larghe intese ha evidentemente allargato gli orizzonti compositivi del duo composto da Gianluca Danaro e Domenico Migliaccio.

Quel che ne è venuto fuori è un insieme di dieci tracce piuttosto stralunate, senza troppe pretese – il leitmotiv è dettato da brani come “Sloop John B” –, inserite nel contesto di una serie di quadretti, bozzetti a sfondo marino, come le balene del titolo vogliono evocare. L’andamento è davvero altalenante e a tratti apparentemente improvvisato, come se vi fosse la volontà di lasciare dei tratti non finiti, tipici della tecnica ad acquerello – è così che la band presenta il disco, non a torto. Questa vena da saloon marinaresco alcolico, giovane e graffiante è certamente affinata dalla produzione di Giancarlo Barbati del Muro Del Canto, e malgrado i suoni sporchi e distorti delle chitarre, o il forte tasso etilico dell’espressività vocale il risultato non disdegna una leggerezza tipica del pop – ma è una linea che scorre sotterranea, e ve lo ricorda il fatto che le balene di cui sopra siano squartate e non abbiano uno sguardo che definiremmo felice. Il disco si presta dunque ad un facile ascolto, ostenta soluzioni alternative ma sempre entro limiti ben definiti, che sarebbe del resto inutile oltrepassare. Va bene così.

Cristian Ciccone


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