School Of Seven Bells Ghostory

School Of Seven Bells Ghostory Recensione 2/5
Terzo disco per gli School Of Seven Bells, band americana con sede a New York, che tornano sulle scene dopo i fasti di “Disconnect from Desire“, rilasciato nel 2010. Il gruppo, composto originariamente dal trio Benjamin Curtis, Alejandra e Claudia Deheza – sorelle e gemelle, si trova qui ad affrontare la nuova fatica senza la

Terzo disco per gli School Of Seven Bells, band americana con sede a New York, che tornano sulle scene dopo i fasti di “Disconnect from Desire“, rilasciato nel 2010. Il gruppo, composto originariamente dal trio Benjamin Curtis, Alejandra e Claudia Deheza – sorelle e gemelle, si trova qui ad affrontare la nuova fatica senza la seconda di queste, che lasciò la band pochi mesi dopo la pubblicazione del secondo disco.

Ora, prima di cominciare a parlare di “Ghostory“, è meglio mettere subito ben chiara una cosa: questo lavoro fa ben sperare più per il genere a cui si volge e per il momento storico-musicale in cui si inserisce, che per un reale spessore qualitativo. Non che abbiano confezionato un brutto disco: i brani sono ben strutturati, le melodie sognanti, le linee vocali-corali si intrecciano alla base elettronica con grande fluidità creando atmosfere dai tratti mutevoli, che siano i toni dark di “Scavenger“, o quelli intimi e seducenti di “Low Times“. Il problema riguarda più la creatività: il pezzo d’apertura “The Night” incalza con gli ampi riverberi e con il tempo sostenuto della drum machine, e in “Lafaye” troviamo senza dubbio la melodia più ispirata del disco, ma oltre a queste vette si fa fatica a trovare altri brani che riescano a muovere dal punto della solidità tecnica, a quello di un vera e propria ispirazione artistica. Qualcosa che catturi, insomma.

Come detto prima, questo disco fa ben sperare perché la sua pubblicazione avviene pochi mesi dopo l’enorme successo di “Hurry Up, We’re Dreaming” degli M83 – segno che lo shoegaze è sempre ben attivo e anzi, si sta dimostrando in grado di smuovere l’intera scena musicale mondiale. A differenza dei colleghi d’oltreoceano però, i SVIIIB qui sfiorano il fallimento, sfornando un album pieno di tante buone intenzioni, più che di contenuti. Cosa che se fai shoegaze è molto penalizzante, perché si corre il rischio di mettere su disco un loop continuo, con solo pochi intermezzi degni di nota a salvare la situazione.

Andrea Suverato


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