[Shoegaze] Serena Maneesh – No 2: Abyss in B Minor (2010)

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www.myspace.com/serenamaneeshwww.serena-maneesh.co.uk Quando si parla di “Nuovo Shoegaze”, e se ne parla sempre più spesso, i Serena Maneesh sono uno di quei  gruppi che mettono tutti d’accordo, e a ragione. Il loro primo disco, nonostante i debiti notevoli verso il passato, era stato visto come una salubre boccata di aria fresca rispetto al resto della scena,


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Quando si parla di “Nuovo Shoegaze”, e se ne parla sempre più spesso, i Serena Maneesh sono uno di quei  gruppi che mettono tutti d’accordo, e a ragione. Il loro primo disco, nonostante i debiti notevoli verso il passato, era stato visto come una salubre boccata di aria fresca rispetto al resto della scena, inchiodata in una sterile imitazione da operazione revival. L’uscita del loro secondo album arriva adesso a confermare tutto quanto di buono su di loro sia già stato detto.

Innestandosi sul precedente e sviluppandosi poi in direzione molto più kraut, “No 2: Abyss In B Minor” si presenta come un disco molto più vario del predecessore e, nonostante gli scivoloni finali, il resto sa di novità, e va oltre i rimandi numerosissimi ai vari numi tutelari, My Bloody Valentine su tutti, certo, ma anche Lush e Primal Scream.
Dei Primal Scream sono figli i sette minuti schizofrenici di “Ayisha Abyss”, dove il basso pulsante ed i campioni che sanno di funky anni settanta lasciano lo spazio, negli ultimi minuti, ad un’elettronica quasi tribale, alla quale si allaccia “I Just Want To See Your Face”, il primo dei molti episodi di più lovelessiana memoria.

Quando il gruppo inizia a parlare la lingua dei My Bloody Valentine, i risultati sono sfolgoranti: in questo senso l’episodio più bello non può che essere “Melody For Jaana”, dove tutto, ma proprio tutto, fa pensare a quanto le influenze, se mangiate e digerite nella maniera giusta, possano contribuire nella scrittura di un bel pezzo.
Anche la successiva “Blow Yr.Brains In The Mourning Rain”, costruita sulle stesse atmosfere e poi incattivita da una batteria pestatissima e da una valanga di distorsioni, risente delle stesse influenze e quindi brilla della stessa luce.

Peccato per le successive cadute, che arrivano quando la voglia di slegarsi dalla forma-canzone e di smarcarsi dai padri fondatori si fa più forte. Da “D.I.W.S.W.T.T.D” in poi l’album infatti rallenta e si appesantisce fino a ridursi alla noia delle jam fatte male e, si sa, ad andare fuori dal seminato i primi tempi si rischia di sbagliare, l’importante è non smettere di farlo.
In questo senso, l’arrivo dell’album numero tre di questo ottimo gruppo norvegese sarà determinante nella definizione del loro stile, qui ancora traballante e indefinito, per quanto capace di attimi di pura luce.

Francesca Stella Riva

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