Slash – World On Fire

slash-world-on-fire-recensione 4/5
Trovata finalmente la giusta alchimia con la sua band, e sostenuto da un sempre più influente Myles Kennedy, Slash confeziona il miglior disco della sua carriera solista.

Tra la carriera solista, gli Snakepit, i Guns N’ Roses e i Velvet Revolver, sappiamo benissimo quale dei capitoli della carriera di Slash, al secolo Saul Hudson, è sempre stato agli occhi di tutti l’anello debole. I primi due dischi che il chitarrista con la tuba ha pubblicato nell’ultimo decennio non hanno convinto del tutto e hanno messo in luce qualche limite creativo già ampiamente discusso dai suoi dettrattori durante l’intero percorso artistico. Con “World On Fire” Slash ha zittito tutti, compreso quel chiacchierone di Gene Simmons che proclama la morte del rock come fosse uno slogan televisivo.

Questo terzo album in studio non solo è una bomba, ma è anche il riscatto di una collaborazione che aveva sollevato qualche piccolo dubbio in passato: la chitarra di Slash e la voce di Myles Kennedy hanno finalmente trovato l’equilibrio perfetto. Come dichiarato dal rocker riccioluto, il frontman degli Alter Bridge continua ad essere sempre più influente nelle ritmiche e nei processi creativi. I testi dei brani sono quasi interamente scritti da lui, e questo lo si può facilmente intuire dai toni cupi e decadenti, ma ciò che non deve passare inosservato è il ruolo che il cantante ha avuto anche sullo strumento. Con un certo orgoglio – ancora gongolante per essersi accaparrato il vero asso della scena rock contemporanea – Slash ha affermato di aver preso lezioni da Kennedy, noto per essere un chitarrista mostruoso, oltre ad avere un range vocale di tre ottave e un timbro divino. Per questo in qualche brano è possibile riconoscerne la mano, con qualche lick più vicino al suo repertorio piuttosto che quello del primo Slash, ed affascinanti arpeggi come nella splendida ballata “Battleground”.
Che sia dunque Myles Kennedy l’arma segreta? Non solo, perché anche la sezione ritmica, composta da Todd Kerns al basso e Brent Fitz alla batteria, i The Cospirators doverosamente accreditati affianco ai due nomi principali, hanno i loro meriti. La band messa in piedi ha ultimato quel periodo di rodaggio di cui aveva bisogno ed è finalmente a pieno regime, consapevole delle armonie instaurate e delle potenzialità.
Poi i riff aggressivi di stampo Snakepit e gli assoli in stile Guns ci sono ancora, decisamente più efficaci di quelli di “Apocalyptic Love” (2012) e soprattutto sostenuti dall’alchimia col cantato e ottimi ritornelli. Per un rapido riscontro, oltre alla hit che è anche la title track, ascoltare “Shadow Life”, “30 Years To Life” e “Wicked Stone”. Peccato però che tutti e 17 i brani composti originariamente siano stati inclusi nella release, perché una sapiente cernita avrebbe aiutato a non disperdere l’impatto, avrebbe eliminato ridondanze e i pochi filler, e soprattutto sarebbe stata in linea con il mercato delle deluxe edition.

Come è già stato detto, i suoni più grezzi tanto cari agli hardcore fan di Slash sono stati ripuliti, perciò il rovescio della medaglia è un leggero disappunto di chi non apprezza una produzione cristallina e radio-friendly che invece caratterizza “World On Fire”. Però d’altronde il suo nuovo pubblico comprende anche tutti quelli che credono ancora nel rock’n’roll, inteso come massima astrazione che ingloba l’hard & heavy di cui questo disco è il miglior episodio dell’anno. Ed è per questo che Slash, questa volta, ha vinto.


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