Soap&Skin Narrow

Soap&Skin Narrow Recensione 3/5
Se tutte le otto canzoni di questo mini cd fossero sul livello dell’apripista “Vater“, staremmo parlando di un vero e proprio capolavoro, e non di un’opera incerta. Già, perché il ritorno di Anja Plaschg, aka Soap&Skin, avviene a tre anni dal precedente “Lovetune For Vacuum“, esordio sulla lunga distanza che aveva imposto il talento della giovanissima

Se tutte le otto canzoni di questo mini cd fossero sul livello dell’apripista “Vater“, staremmo parlando di un vero e proprio capolavoro, e non di un’opera incerta. Già, perché il ritorno di Anja Plaschg, aka Soap&Skin, avviene a tre anni dal precedente “Lovetune For Vacuum“, esordio sulla lunga distanza che aveva imposto il talento della giovanissima musicista austriaca, con un dischetto che, purtroppo, si rivela molto altalenante. Probabilmente anche a causa della morte del padre, le idee della pianista e cantante si sono fatte torbide e ancor più sofferte, come se qua e là il dolore permettesse slanci di lancinante bellezza ma, al tempo stesso, negasse la continuità e gli sviluppi per organizzare un discorso musicale più compiuto.

Così “Vater” colpisce con una violenza emotiva inaudita: in questo caso il tedesco, lingua che sa essere dolcissima e immediatamente dopo crudele, è perfetto nel sottolineare gli stadi d’animo che si dipanano nel corso dei sei minuti di questo moderno lieder; l’inizio è profuso di sublime malinconia, con il solo piano a dialogare con la voce di Anja, che improvvisamente si altera in una sorta di grido straziante, per distendersi solamente nella conclusione con l’arrivo dell’elettronica arrangiata sinfonicamente. Per ora si tratta della canzone dell’anno. Buona anche la cupa versione di “Voyage Voyage“, hit degli anni Ottanta della francese Desireless, così come convince l’industrial in odore di Laibach di “Deathmental“. Purtroppo le cinque tracce successive mancano il bersaglio, raggomitolandosi fra angoli sonori già perlustrati nel disco precedente e apparendo ben poco ispirate; anche le stilettate sintetiche della conclusiva “Big Hands Nail Down” non scuotono l’animo più di tanto, mentre ballad pianistiche quali “Cradlesong” e “Wonder” sono quasi ordinarie.

“Narrow” è così quel che si dice un album di passaggio. Almeno si spera. Nei suoi momenti migliori è capace di ricordare le atmosfere da incubo delle poesie di un illustre compatriota della Plaschg, quel Georg Trakl che segnò l’espressionismo in modo indelebile; quando però la sofferenza si fa più intensa il canto rimane strozzato e non si comunica più nulla. Bastano comunque alcune scintille per ribadire che quest’artista potrebbe fare grandi cose in futuro.

Stefano Masnaghetti


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