[Hard Rock] Soul Of The Cave – Asphalt (2008)

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  Toy – Asphalto – Money Game – Dead Dogs – Alien On Faces – Senseless – Piove – Girl – Cloro – Turn To Dust – Yellow Glue Sito ufficiale della band Etichetta discografica Debutto sulla lunga distanza per i Soul Of The Cave, giovane band romana in attività da poco più di quattro

 

Toy – Asphalto – Money Game – Dead Dogs – Alien On Faces – Senseless – Piove – Girl – Cloro – Turn To Dust – Yellow Glue

Sito ufficiale della band
Etichetta discografica

Debutto sulla lunga distanza per i Soul Of The Cave, giovane band romana in attività da poco più di quattro anni. Nonostante la breve carriera alle loro spalle, il disco in questione dimostra un ottimo affiatamento di questi quattro musicisti, e grazie ad esso vengono messe in luce buone idee e buoni spunti compositivi.

Come si potrebbe descrivere “Asphalt”? Innanzitutto è un tentativo di spaziare tra più generi, un lavoro composito che può annoverare, al suo interno, stop & go rapidi e febbrili di ascendenza System Of A Down (Money Game), dilatazioni Seventies a cavallo tra Led Zeppelin e stoner (Yellow Glue), assolo ruspanti e southern (“Toy” e “Senseless”), ritmiche al confine col metal più canonico (Asphalto). Alcuni spunti diretti e pregni d’urgenza rivelano che anche il punk rientra nel bagaglio stilistico di questi ragazzi (Turn To Dust).

Perennemente in bilico tra modernità e tradizione, i Nostri, tuttavia, se la cavano più che egregiamente: in particolare sono le chitarre di Paolo Boni e Jack Serri, con i loro fraseggi svelti e cangianti, a compiere un ottimo lavoro sotto il profilo della tenuta unitaria dell’album, il quale a volte rischia di naufragare a causa dei troppi input differenti da cui è composto. Siamo arrivati al principale problema di “Asphalt”: nonostante una certa originalità e l’alto tasso tecnico profuso in tutte e undici le canzoni, alla fine dell’ascolto la sensazione è quella di aver a che fare con qualcosa di eccessivamente dispersivo, assemblato utilizzando di volta in volta materiale troppo eterogeneo, in maniera quasi avventata. Un’altra pecca può essere ravvisata quando lo spessore del suono si assottiglia e le composizioni prendono una piega più melodica e riflessiva: questo accade specialmente nei due pezzi cantati in italiano, i meno riusciti del platter. Ai capitolini sono più congeniali i momenti in cui si picchia duro, e per il futuro consiglio loro di puntare maggiormente sulla componente pesante e “hard” del suono.

Comunque, sopraddette riserve a parte, la mia vuol essere una promozione dei loro sforzi: sono artisti dotati di carisma e di talento, che mettono molta passione in quello che fanno, ed hanno una gran voglia di emergere. La strada intrapresa è quella giusta, avanti così.

Stefano Masnaghetti

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