Swans – To be kind

swans-to-be-kind-recensione 3.5/5
Il disco rispetta a pieno le norme di casa anche sotto il profilo stilistico: un mix dissonante di post-punk, garage e post-rock, contaminato da elementi di industrial.

Nuovo ritorno degli Swans nonché sedicesimo album in studio per la band statunitense di New York. Gira e soci lo fanno con To be kind, un doppio cd contenente 10 tracce per la durata di ben due ore. Non certo una novità per loro, dediti a lunghe digressioni strumentali, ma che in questo lavoro tocca vette davvero considerevoli.

Il disco rispetta a pieno le norme di casa anche sotto il profilo stilistico: un mix dissonante di post-punk (nei giri del basso di Pravdica), garage e post-rock, contaminato da elementi di industrial. La vocazione rumorista (sia vocale che strumentale) detta la linea nel primo singolo estratto dall’album, A Little God in my hands, in cui il tempo scandito in quattro quarti dalle chitarre vede incursioni sempre più aggressive di synth frammiste alla voce stralunata di Michael Gira e ai controcanti degli altri elementi della band.

Stessa cosa avviene per il secondo brano scelto: Oxygen. Qui sono i giri di basso a prendere la scena sin dall’inizio, intervellati a sferzate distorte date dalle chitarre, il tutto sopra un tempo di batteria incalzante e sempre crescente. Le voci si spezzano di continuo adeguandosi al ritmo infernale e frenetico – uno di quei pezzi per cui il live non solo è raccomandato, ma da prescrivere. Letteralmente.

Degna di nota è la lunga composizione Bring the Sun / Toussaint L’Ouverture che da sola occupa un quarto del disco, e vede la partecipazione della polistrumentista e cantante St. Vincent (come del resto anche in altri brani del disco: Nathalie Neal, Screen Shot e Kirsten Supine).

Ed è più adatto in effetti parlare di composizioni quando si parla di pezzi degli Swans. Perché la loro maniera di trattare la materia musicale è ben più vicina a un John Cage che  a un musicista dei tanti che possiamo comunque trovare come riferimento per i sei newyorkesi. E proprio come il lavoro di Cage, anche quello degli Swans non è per tutti. Il difetto e il pregio al tempo stesso di lavori del genere è che si autoconfinano entro una specifica cerchia di ascolti. L’orecchio dell’ascoltatore deve essere già educato a un certo tipo di suono sperimentale, o quantomeno essere ben disposto nei suoi confronti. Fatto sta che gli Swans hanno un biglietto da visita tale che non necessitano neanche di troppe premesse e formalità per imporsi. Il seguito che hanno saputo costruirsi nel tempo è – se ce ne fosse bisogno – dimostrato da performance come quella avvenuta lo scorso anno al Primavera di Barcellona.


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