Covenant – Modern Ruin

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Un tempo i Covenant seppero rappresentare un interessante ponte di collegamento fra il synth – pop di matrice wave e gli sviluppi che l’elettronica aveva intrapreso proprio in seguito all’ondata dei primissimi anni Ottanta. Fondamentale per la loro musica fu la fusione di ritmi EBM, atmosfere neo romantiche e squisitamente pop e tracce più spigolose

Un tempo i Covenant seppero rappresentare un interessante ponte di collegamento fra il synth – pop di matrice wave e gli sviluppi che l’elettronica aveva intrapreso proprio in seguito all’ondata dei primissimi anni Ottanta. Fondamentale per la loro musica fu la fusione di ritmi EBM, atmosfere neo romantiche e squisitamente pop e tracce più spigolose e ‘industriali’, mix che indusse molta stampa a considerarli una sorta d’incrocio fra Human League, DAF e Front 242, e ancora più indietro sino a giungere a Cabaret Voltaire e Kraftwerk (come se fosse possibile suonare tastiere e sintetizzatori dopo il 1974 senza essere influenzati dai creatori di “Autobahn”). Gli anni Novanta furono il loro periodo d’oro, dopodiché la band svedese perse un po’ di contatto con i fermenti più d’avanguardia del suono sintetico.

Con “Modern Ruin” ce li ritroviamo in questa esatta situazione, con ancora alcune buone idee in testa ma padroni di uno stile piuttosto sorpassato, incapaci di concepire un album che rimanga impresso a lungo. Così i Covenant si barcamenano (piuttosto bene, peraltro) fra futurepop alla VNV Nation (Judge Of My Domain), synth – pop dei più smaccati (il singolo “Lightbringer”, l’incrocio fra Depeche Mode e New Order di “The Beauty And The Grace”), episodi in bilico fra darkwave e techno (Words Collide) e altri di minimal – techno da rave (“Dynamo Clock”, uno dei brani migliori). Qua e là appaiono sfumature ambient e industrial, componenti che però rimangono relegate ai margini dell’economia sonora del lavoro. Alcune tracce giungono al punto, altre invece risultano un po’ più stanche e di maniera, come la già citata “The Beauty And The Grace” oppure l’house di “The Night”; questo accade quando il trio si allontana dal suo classico marchio di fabbrica e cerca di esplorare territori che non gli sono mai stati propri.

“Modern Ruin” è comunque un buon disco, e potrebbe far felici parecchi fan dei Covenant, soprattutto quelli che hanno apprezzato la svolta ‘soft’ di “United States Of Mind” (2000). Al di là di questi, però, non appaiono molti elementi d’interesse per chi non si è già addentrato nel loro mondo.

Stefano Masnaghetti

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