The Afghan Whigs, Do To The Beast

afghan-whigs-do-to-the-beast-recensione 3.5/5
Dopo sedici anni di silenzio, arriva "Do To The Beast". Chitarre elettriche, falsetti, ritmiche intriganti e introspezione: gli Afghan Whigs sono tornati sulla scena.

Il primo disco in sedici anni. Non sono pochi sedici anni, ma gli Afghan Whigs sono tornati con un album davvero niente male. A due anni dal loro ultimo passaggio nella nostra penisola, dove si erano esibiti insieme a Soundgarden, Refused e The Gaslight Anthem, presentano il loro nuovo lavoro “Do To The Beast”.

L’album è stato apprezzato bene sia dalla critica, che dai fan, che probabilmente non speravano più in un ritorno in studio di registrazione, e sono stati invece piacevolmente sopresi. All’uscita dell’LP, il comunicato stampa ufficiale lo definisce come intenso e catartico, «un album che offre nuovi spunti all’essenza degli Afghan Whigs. Qui troviamo la narrazione da film noir di “Black love”, l’esuberanza di “1965” e l’introspezione brutale di “Gentlemen”, ma proposte con uno spirito musicale galvanizzato e una potenza ritmica che suggeriscono la presenza di trascendenza e speranza in mezzo a questo bagno di sangue». La band è da sempre apprezzata per il proprio sound originale, un rock alternative con venature grunge e un pizzico di black music qua e là; il primo singolo estratto, “Algiers” è una ballad elettrica, tra riferimenti biblici e onirici: «Demoni celesti fuori dalla mia finestra / Inviati qui per vedermi fuori da questo mondo / Chiamo l’ombra, tu chiami la stagione / Non serve altro». Il pezzo di apertura, “Parked Outside” ha un ritmo incalzante e potente, e una chitarra elettrica tagliente, all’inizio quasi titubante nel fraseggio per poi aumentare via via di scioltezza. “Can Rova” è uno dei momenti più intensi: è una di quelle canzoni oscure ed evocative, una di quelle canzoni in bianco e nero. Se pensate che in bianco e nero non sia una definizione accettabile per una canzone, ascoltatela e valutate voi stessi. Gli archi su “Matamoros” aggiungono un tocco quasi orientale al riff, già di per sé conturbante, eseguito dalla chitarra, mentre la voce raddoppia per eseguire cori in falsetto.

Dieci tracce interessanti ed originali: ci sono i pezzi carichi e le ballate, i riff di chitarra e i testi riflessivi; non manca nulla a questo ritorno sulla scena. L’unico augurio che i fan degli Afghan Whigs posso farsi ora è quello di non dover aspettare altri sedici anni per un nuovo disco, ma da come stanno andando i tour di questi ultimi due anni e dati gli apprezzamenti di critica e appassionati al loro nuovo LP, probabilmente sono tornati sulla scena per restarci.


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