The Big Pink Future This

2.5/5
Era l’ormai lontano 2009 quando il duo di Londra composto da Robbie Furze e Milo Cordell debuttava sulle scene col primo album intitolato A brief history of love. Un disco coeso, fresco e con vari spunti interessanti, dal quale venivano estratte tracce da ritornelli incessanti quali Velvet, Too young to love e, sopra tutte le

Era l’ormai lontano 2009 quando il duo di Londra composto da Robbie Furze e Milo Cordell debuttava sulle scene col primo album intitolato A brief history of love. Un disco coeso, fresco e con vari spunti interessanti, dal quale venivano estratte tracce da ritornelli incessanti quali Velvet, Too young to love e, sopra tutte le altre, la incalzante Dominos. I due decidono di riprovarci a tre anni di distanza ed ecco che esce Future this. Un bel nome non c’è che dire: suggerisce un’impronta nuova, rivolta totalmente verso nuove prospettive, tese a sovvertire quelle che comunque, nonostante la loro breve carriera, erano le radici del gruppo.
Niente di tutto questo.

Vanno ovviamente posti dei paletti: questo non è un brutto disco. Per chi ha bisogno di ritornelli catching e ballate elettroniche ci sono pronti pezzi come Stay Gold (primo estratto dall’album) e Hit the Ground (Superman), che sono ampiamente in grado di soddisfare le attese. Il fatto è che brani come quelli appena citati si sarebbero potuti benissimo inserire tra le tracce del primo disco, e sono la riproposizione più opaca dei singoli che hanno fatto guadagnare un po’ di popolarità al duo britannico. Ecco il secondo difetto, poiché se i Big Pink non vanno avanti, addirittura retrocedono di qualche passo: ai nuovi pezzi manca quella freschezza e quella melodia vincente che aveva reso così coinvolgenti i primi singoli.
L’unica canzone del disco che, pur rimanendo radicata nelle basi della band, offre qualche spinta in più è niente di meno che la title-track, Future this. E almeno in questo ci hanno preso.

Andrea Suverato


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