The Donkeys – Born With Stripes

The Donekys Born With Stripes /5
La California, oltre che rappresentare un magnifico scenario nell’immaginario comune, è anche terra pregna di contaminazioni tanto a livello culturale quanto (di conseguenza) a livello musicale; i The Donkeys, di certo, non si proclamano ad eccezione che vuol confutare questa regola, o, per meglio dire, consuetudine. Nei tre anni passati dal precedente lavoro “Living On

La California, oltre che rappresentare un magnifico scenario nell’immaginario comune, è anche terra pregna di contaminazioni tanto a livello culturale quanto (di conseguenza) a livello musicale; i The Donkeys, di certo, non si proclamano ad eccezione che vuol confutare questa regola, o, per meglio dire, consuetudine.

Nei tre anni passati dal precedente lavoro “Living On The Other Side” del 2008, i Donkeys hanno studiato, ma non abbastanza: se nel suddetto disco la ricerca musicale si era spinta verso le sonorità di fine anni sessanta (era infatti un collage tra Byrds, Flying Burrito Brothers ed International Submarine Band; sì, in tutte c’è lo ‘zampino’ di Gram Parsons), l’intento di questo nuovo lavoro è quello di riuscire ad impossessarsi delle sonorità dei Pavement (altro storico gruppo californiano, riunitosi nel 2010), purtroppo con risultati troppo poco soddisfacenti.

Ad eccezione di pezzi come “Don’t Know Who You Are”, “I Like The Way You Walk”, “Bullfrog Blues” e “Valerie”, il disco non regala molto altro, ma è sempre bene tener buono ciò che di positivo riesce a risaltare nella mediocrità complessiva. Il rimando alla sonorità tipica degli Eagles in “Bullfrog Blues” è riconoscibile ma anche ben fatto, sintomo che, in ogni caso, i Donkeys sanno come si suona! Forse tre anni sono stati un periodo troppo breve per la band per ‘digerire’ e rielaborare le influenze, forse rimarranno per sempre parte di quella categoria di gruppi con eccellente capacità di replica del sound altrui ma con scarsa capacità di identificarsi e farsi riconoscere per un timbro ben definito.

Non resta che godere dei buoni pezzi presenti sul disco, quasi come rappresentassero un riparo durante una tempesta, aspettando (ancor più pazientemente rispetto alla distanza dalla pubblicazione dell’ultimo disco) che si crei una certa alchimia tra gli ‘studi musicali’ dei componenti della band e l’offerta musicale al pubblico che, in questo “Born With Stripes”, risulta (forse) un po’ (troppo) antiquata.

Federico Croci

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