The Horrors – Luminous

the-horrors-luminous-recensione 4/5
È impressionante la linearità, sinonimo in questo settore di sicurezza e ispirazione, con cui la band si è mossa da un garage-punk, volutamente grezzo e chiassoso, a una riedizione del collaudato genere post-punk con incursioni sempre più evidenti di synth. Un album davvero "luminoso".

Viene difficile accostare i The Horrors all’ordine. Soprattutto se si pensa agli inizi urlati di Strange House, alle spintonate nei live, alla scura massa pilifera che avvolge il volto di Faris Badwan. Ci sono molte cose in loro – dal nome scelto per il gruppo al taglio estetico dark, ai gruppi di riferimento (provenienti dalla tradizione post-punk britannica degli anni ’80), fino ai riff dissonanti e ai tempi dispari di Excellent choice, Hysteria, Little victories (et cetera) – che non restituiscono certamente una immagine pacifica della band di Southend-On-Sea. C’è però un elemento che appare in forte disaccordo con tutti gli altri sinora citati: stiamo parlando della evoluzione artistica del gruppo. Una caratteristica di non poco conto, tra l’altro.

È impressionante la linearità, sinonimo in questo settore di sicurezza e ispirazione, con cui la band si è mossa da un garage-punk volutamente grezzo e chiassoso (Strange House) a una riedizione del collaudato genere post-punk con incursioni sempre più evidenti di synth (Primary Colours e Skying) che con Luminous conquistano il centro della scena, spostandoci definitivamente nel campo shoegaze e della psichedelia.

Ad aprire le danze è Chasing shadows: dopo un crescendo di synth ed effetti di quasi tre minuti il pezzo esplode in una ondata di elettronica che vede la voce di Faris legarsi irresistibilmente a riff di chitarra e samples. Una scarica di endolfine e pulsazioni che fa davvero ben sperare, e introduce senza riserve il nuovo stato (di grazia, si potrebbe dire) raggiunto dalla band inglese. Sulla stessa lunghezza è anche il secondo brano in scaletta, First day of spring, dove chitarre pulite immerse in un bagno di eco e phaser ci portano direttamente in una dimensione psichedelica e sognante.

Arriva poi il turno di So now you know: nel secondo brano estratto dal disco gli strumenti si fanno più concreti e distorti, pur accompagnati dagli onnipresenti riff di pad e synth. Il ritmo è incalzante e un ritornello forse fin troppo facile sortisce però l’effetto di rimanere impresso nella retina uditiva già al primo ascolto. Stesso discorso vale per il primo singolo estratto, I see you, che gioca però ben di più degli altri suoi colleghi con elementi di psichedelia (e sia nella durata che in alcune sue parti ricorda le glorie di Sea within a sea). Lo stesso gruppo rilasciando un’intervista a febbraio aveva indicato come obiettivo per il disco in uscita di essere “fun and danceable”. Brani del genere possono far stare tranquilli Faris e gli altri: il traguardo è stato ampiamente raggiunto.

Concludiamo parlando di Sleepwalk, brano di coda del disco e forse il più affascinante. La batteria pestata e tesa ferisce piacevolmente le orecchie ormai abituate a intro di pura elettronica. E quando questa entra in gioco la situazione non fa che migliorare: il cantato sfumato dall’eco si inserisce sulla base con una cadenza meravigliosamente azzeccata che ricorda a tratti Still life, il tutto esaltato nel ritornello dall’ottima scelta dei suoni di synth. Lo stacco psichedelico sul finale e la coda sulle note del ritornello chiudono il disco come meglio non si potrebbe. Un lavoro davvero “luminoso”, in cui l’unica ombra è forse la scelta di ripetere troppo spesso determinati pattern. Non resta che attendere ora il prossimo step, godendosi nel frattempo qualche live di caotica linearità.


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