The Liberators – The Liberators

/5
Probabilmente quando, sul finire dei Sessanta, Fela Kuti ideò questa particolare fusione musicale dandogli il nome di afrobeat, non si sarebbe immaginato che dall’Africa Occidentale le sue vibrazioni si sarebbero propagate non solo in America, ma persino agli antipodi, arrivando a toccare l’Oceania. E, ancor di più, che parte del suo linguaggio sarebbe stato utilizzato

Probabilmente quando, sul finire dei Sessanta, Fela Kuti ideò questa particolare fusione musicale dandogli il nome di afrobeat, non si sarebbe immaginato che dall’Africa Occidentale le sue vibrazioni si sarebbero propagate non solo in America, ma persino agli antipodi, arrivando a toccare l’Oceania. E, ancor di più, che parte del suo linguaggio sarebbe stato utilizzato da musicisti bianchi. E invece è andata proprio così, tanto che oggi, a seguito del successo di formazioni afrobeat statunitensi, canadesi e inglesi, ci occupiamo dell’ottimo debut album di un ensemble australiano, città di provenienza Sidney.

I Liberators sono una band di dieci elementi che ha scelto di puntare tutto sulla riproposizione piuttosto fedele di questo stile, anche se nella loro musica non mancano certo alcuni correttivi. Ruota tutto intorno ai Settanta, e allora l’afrobeat si tinge di funk e di fusion, in brani basati su forti pulsazioni ritmiche, a cui si affianca una nutrita sezione fiati (trombe e sassofoni) più basso e chitarra utilizzati anch’essi in senso ritmico, con l’organo hammond ad arricchire il tutto in alcuni episodi. Le dieci tracce sono quasi tutte strumentali, con l’eccezione di tre pezzi, in cui vengono ospitati Roxie Ray (Dojo Kuts/Underbelly), Jojo Kuo (Fela Kuti/Egypt 80) e Afro Moses. L’impressione complessiva è quella di assistere a una lunga jam session suddivisa in capitoli, un flusso sonoro di tre quarti d’ora nel quale le atmosfere da colonna sonora blaxploitation vengono sostenute tramite perentori riff di ottoni da big band, poliritmia percussiva, chitarre e bassi in wah wah. Fra “Shaft” di Isaac Hayes e “Superfly” di Curtis Mayfield, insomma, anche se nel nostro caso manca quasi del tutto la componente soul e viene accentuata quella jazz – dance.

Il limite dei Liberators è una personalità non ancora ben delineata e un’adorazione fin troppo smodata verso i loro idoli, tanto che questo disco potrebbe esser uscito nel 1975 tale e quale a com’è adesso. Tuttavia la bravura dei Nostri non è in discussione, e l’ascolto è davvero divertente. D’altronde le note accluse nel libretto del cd sono state scritte da Amayo, leader dell’Antibals Afrobeat Orchestra, segno che del buono c’è. Eccome.

Stefano Masnaghetti

Condividi.