The Notwist Close To The Glass

The Notwist Close To The Glass 4/5
Un grande ritorno per i Notwist, perfettamente a loro agio in bilico fra suono organico e sintetico. La parsimonia compositiva dell'ensemble tedesco è risultata, ancora una volta, la mossa vincente.

Pochi ma buoni gli album dei Notwist negli ultimi 15 anni. Appena tre, ognuno dei quali in grado di portare novità all’interno del panorama indie rock ibridato con l’elettronica. Dal seminale “Neon Golden” (2002), passando per l’elaborato “The Devil, You + Me“, la band tedesca arriva a “Close To The Glass“, sorta di ricapitolazione della sua attitudine onnivora nei confronti del suono. 12 brani entro i quali è difficile trovare un momento di stanca, instancabili nel sovrapporre melodie pop – oriented e movenze pescate dall’elettronica più disparata. La copertina è nella vena del vecchio capolavoro degli StereolabTransient Random-Noise Bursts with Announcements” (1993), e non si tratta solo di una somiglianza grafica: tenendo presente le mutazioni intercorse negli ultimi vent’anni, l’intendo dei Notwist è molto simile a quello dei loro colleghi britannici; fare della sperimentazione electro – acustica un gingillo commestibile pure per chi ama la forma – canzone della tradizione indie.

Viene da pensare anche ai Radiohead. E infatti. “Into Another Tune” si presenta come una miscela di minimalismo alla Philip Glass, via “Baba O’Riley” degli Who, e intuizioni a metà strada fra “Kid A” e “Amnesiac“, mentre “Run Run Run” è devota al volto più post rock di Thom Yorke e compagni. Sono stati appena citati due fra i momenti più alti dell’opera, ma “Close To The Glass” racchiude molto altro. Tra le tracce assolutamente da citare, ci sono anche “Signals“, compenetrazione fra elettronica minimal a 8-bit, sfrigolamenti glitch e canto indie pop; la title – track, giocata su ipnosi ritmiche che suggeriscono ambientazioni da dancefloor; “From One Wrong Place To The Next“, accoppiata di post rock scricchiolante e campionamenti trip hop; l’inaspettata “7-Hour Drive“, ispida congerie di shoegaze corretto noise in cui s’insinua una fra le melodie più belle di sempre del gruppo; soprattutto, il singolo “Kong“, perfetto esempio di come nascondere intrecci krautrock psichedelici dietro un alt rock chitarristico da manuale. Interessante anche “Lineri“, lunga perorazione semi ambientale piuttosto desolata, dal sapore cinematico e arricchita di una particolarissima cifra malinconica.

Un disco sontuoso, insomma. Musicisti come i Notwist sono da ringraziare anche per la loro serietà nell’attendere l’occasione giusta per pubblicare nuovo materiale. Lungi dall’essere bulimici, aspettano sempre di avere composizioni all’altezza prima di presentarsi di fronte al pubblico. Se siete seguaci di lungo corso del loro personalissimo tragitto artistico, “Close To The Glass” non vi deluderà affatto. Se non li conoscete ancora, questa è l’occasione buona per farlo.


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