The Paper Kites Woodland EP

3.5/5
Una boccata d’aria fresca, giusto in tempo per la primavera. Arriva dall’Australia, giù dalle coste di Melbourne – per la precisione. Si chiama The Paper Kites, giovane quintetto folk che ha rilasciato di recente il suo Ep d’esordio – autoprodotto, e intitolato Woodland. E’ sorprendente vedere – e ascoltare – come una band al primo

Una boccata d’aria fresca, giusto in tempo per la primavera. Arriva dall’Australia, giù dalle coste di Melbourne – per la precisione. Si chiama The Paper Kites, giovane quintetto folk che ha rilasciato di recente il suo Ep d’esordio – autoprodotto, e intitolato Woodland. E’ sorprendente vedere – e ascoltare – come una band al primo serio impegno in ambito musicale (per di più affrontato senza alcuna etichetta a supportarla), sia riuscita ad ottenere un lavoro così coeso e ben strutturato in ogni sua traccia.

Tutto ciò a partire dall’apripista – che è anche title-track – dell’album: chitarre acustiche, batteria minimale e una alternanza tra cantato principale e cori estremamente riuscita che rende la canzone, dalle sfumature bucoliche e solari ([…] We are the creatures / of the sun), ancor più coinvolgente. Ancor di meglio si ha nel brano successivo: Featherstone – la traccia sicuramente più in vista di tutto l’Ep – dove, tra gli echi dei transoceanici Fleet Foxes accompagnati da rapidi riff di chitarra prettamente folk, si snoda il brillante resoconto di un viaggio dall’interno verso  la costa, a cui non manca un ritornello smaccatamente romantico (And my love is yours / but your love’s not mine […]And we’ll hate what we’ve lost / but we’ll love what we find) – anche questo, assolutamente azzeccato.

Il resto delle tracce segue la medesima tendenza della ballata lenta, aggiungendo – a seconda dei casi – una batteria più presente che verte sul ritmo di marcia (Willow Tree March), oppure una sovrastruttura vocale che fa valere tutto il potenziale canoro posseduto dalla band (costituito da ben tre voci, due maschili ed una femminile). Questo appare chiaramente sia in Halcyon che in The Mortal Boy King, brano che chiude splendidamente un lavoro tanto emozionante quanto inaspettato.

Andrea Suverato

 

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