The Raveonettes Raven In The Grave

4/5
Ci sono molte cose nel nuovo lavoro dei Raveonettes: dalle ritmiche post-punk alla Joy Division al ritmo sincopato da club culture, per arrivare alle voci filtrate e all’intensivo uso di effetti d’ambiente, sulla scia dei sempre presenti  Sonic Youth. Tutto questo a partire dal primo singolo estratto dal disco, Recharge and Revolt: quasi scontato qui

Ci sono molte cose nel nuovo lavoro dei Raveonettes: dalle ritmiche post-punk alla Joy Division al ritmo sincopato da club culture, per arrivare alle voci filtrate e all’intensivo uso di effetti d’ambiente, sulla scia dei sempre presenti  Sonic Youth.

Tutto questo a partire dal primo singolo estratto dal disco, Recharge and Revolt: quasi scontato qui il richiamo alla chitarra di Thurston Moore, accompagnata dalla lirica rarefatta di Wagner. Sulla stessa linea si muove Forget that you’re young, canzone tanto ripetitiva quanto orecchiabile: il delay degli strumenti e la voce sussurrata della Foo le conferiscono quel tono da colonna sonora, quasi alla O.C. – e personalmente trovo che solamente la discrepanza di anni abbia potuto impedire il suo inserimento in tali frangenti. Non contenti i Raveonettes sfociano quasi nel pop con la melodica ballata Summer moon e con la orchestrale Let me on out (dove troviamo peraltro un bizzarro rimando a Take my breath away, sempre per rimanere in ambito di soundtrack).

Al contrario, per quanto riguarda il fulcro di Raven In The Grave (a partire dal titolo), si decide di puntare tutto sul lato dark anni ‘80, un po’ The Cure e un po’ Echo and the Bunnymen. Ma lo si fa con cognizione di causa: è da questa scelta che nascono alcune delle canzoni più significative, come Apparitions, ballata gotica ambientata in un cimitero in cui le voci del duo danese si fondono mirabilmente, e la nostalgica Evil Seeds, nettamente il brano più cupo del disco.

Come detto in precedenza, ci sono molte cose in questo album. I Raveonettes l’avevano annunciato, e non hanno deluso le attese. E’ raro trovare così tanta varietà di generi in sole nove tracce – di un gruppo abbastanza derivativo tra l’altro. Ben vengano quindi questi semi del male, dai quali magari non sbocceranno giovani amanti, ma gran belle canzoni, quelle sì.

Andrea Suverato

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