The Shins Port Of Morrow

2.5/5
I The Shins, ovvero il progetto indie-pop che ruota attorno all’agile voce di James Mercer, tornano dopo ben 5 anni di attesa: lo fanno con Port of Morrow, nuovo album di studio rilasciato nei negozi il 20 marzo 2012 per la Aural Apothecary (etichetta di sua proprietà, alla quale è stata affiancata la produzione della

I The Shins, ovvero il progetto indie-pop che ruota attorno all’agile voce di James Mercer, tornano dopo ben 5 anni di attesa: lo fanno con Port of Morrow, nuovo album di studio rilasciato nei negozi il 20 marzo 2012 per la Aural Apothecary (etichetta di sua proprietà, alla quale è stata affiancata la produzione della Columbia). Il cambio dalla Sub Pop sembra farsi sentire, dato che con questo disco il gruppo si scosta pericolosamente dal filone indie-pop americano di cui faceva parte (e che gli è valso tanti elogi). Se ormai siamo distanti anni luce dalle sonorità naif alla New Slang (e il solo pensiero suscita un po’ di amarcord), è anche vero che la differenza si mantiene cospicua pur raffrontandosi col precedente lavoro, Wincing the Night, una fresca miscela di brani ispirati da un delizioso pop/new wave (come il primo singolo estratto, Australia) che non si faceva fatica a ricollegare a mostri sacri quali Beatles e Smiths.

Storie di gusti e cambi di rotta: il lavoro va quindi inquadrato in un’ottica affine al power pop primi anni ’90. E’ sotto questa luce che si spiega il grande risalto dato alla voce di Mercer, vibrante e mutevole tra ballate ultra-melodiche (40 Mark Strasse, For a Fool) e impastate di un laconico romanticismo (It’s Only Life, September). Le cose che più gettano più ombre sul nuovo lavoro della band, sono non a caso i punti più luminosi del disco: tra tutti il primo singolo estratto, Simple Song, brillante traccia in crescendo tra rapidi giri di chitarra e una voce virtuosa e coinvolgente, alla stregua del più plastico Paul McCartney; a seguire abbiamo No Way Down, che ancora richiama gli Smiths e in alcune sezioni il cantato di Morrissey; e infine Bait and Switch, che fa i conti con le influenze dei Beach Boys.

Il motivo delle ombre sopraccitate è presto detto, questi brani-fantasmi del passato sembrano quasi degli intrusi nel nuovo lavoro, che nella maggior parte dei casi sembra avere abbracciato ben altre tendenze. L’unica certezza al momento è che la ricca stagione di festival (tra gli altri, Reading e Coachella) che attende la band, darà ragione di ciò che di positivo ha quest’album da offrire. Un resoconto che senz’altro Mercer e soci terranno a mente per la successiva (o definitiva) svolta del gruppo.

Andrea Suverato


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