The Vintage Caravan, Voyage

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The Vintage Caravan ci riservano un'autentica sorpresa con Voyage, viaggione vintage - psych e hard rock dotato di spiccata personalità.

È parecchio bizzarro ascoltare musica rock in modalità random e imbattersi in una canzone sconosciuta ma che incuriosisce perchè ricorda un gruppo noto, un sound non nuovo, una voce familiare. Ma mi chiedo: chi sono? Sicuramente una band degli anni ’70. Sì, ma quale? Poi dando un’occhiata allo schermo compare “The Vintage Caravan”, allora correggo il tiro e penso: bene, sarà una british-band di qualche decennio fa! Errore, e anche bello grosso. La canzone è “Expand your Mind”, primo singolo estratto dal secondo album in studio di questa band islandese composta da Óskar Logi (voce e chitarra), Alex Örn (basso) e Guðjón Reynisson(batteria), appena ventenni. Il brano parte con un giro di percussioni che ricorda tanto John Bonham dei Led Zeppelin nel finale di “Rock and Roll” e procede proprio in direzione Zeppeliana con il riff principale tipico di Page, sfociando però prima in un assolo di basso e poi di chitarra del tutto originali.

E’ incredibile come il trio riesca a spaziare con facilità tra diversi generi anche all’interno della stessa canzone e, anche se le influenze di gruppi come Pink Floyd, Jimi Hendrix Experience, King Crimson, Cream, Black Sabbath (“Midnight Meditation” ricorda maledettamente “Paranoid”) sono cristalline, è innegabile che la band sia dotata di grande originalità e personalità, oltre che doti tecniche notevoli. L’album parte col botto. “Craving” è una bomba che richiama l’esperienza Hendrixiana, ma con l’energia dei migliori Soundgarden e Rage Againts The Machine. Il viaggio continua con l’altrettanto esplosiva “Let me Be”, con la quale i tre giovani islandesi non si risparmiano lasciandosi andare ad un finale in crescendo accompagnato da un magnifico assolo. “Do you Remember” mette in luce la versatilità della band, toccando sponde blues-rockeggianti con un sound molto più dolce e pacato, con tanto di assolo claptoniano. Degna di nota particolare è l’onirica e visionaria “Winterland”, spremuta psichedelica, un passaggio introspettivo, intervallata da uno sfogo strumentale tanto frenetico quanto ansioso, che sfocia e libera tutte le sue tensioni in un assolo (ancora uno?) strappalacrime.

La fine del viaggio è rappresentata da “King’s Voyage”, 11 minuti di pura follia hard-rock, con un pizzico di break progressive e intervalli blues floydiani. Anche qui troviamo l’intermezzo strumentale, che tanto ricorda quello di “Whole Lotta Love” nel quale Robert Plant imita un orgasmo. Tanto talentuosi quanto spavaldi, e noi non possiamo che gioirne.


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