The Zen Circus – Nati Per Subire

The Zen Circus Nati Per Subire Recensione 3.5/5
Arriva l’autunno e si riesumano dagli armadi giacche e cappotti dimenticati durante i lunghi mesi vacanzieri. Arriva l’autunno e porta con sé i malumori attinenti alla realtà politica e sociale del nostro paese assopitisi sotto la canicola estiva: è proprio sull’onda di questi che (ri)troviamo gli Zen Circus. La band pisana ha difatti appena pubblicato

Arriva l’autunno e si riesumano dagli armadi giacche e cappotti dimenticati durante i lunghi mesi vacanzieri. Arriva l’autunno e porta con sé i malumori attinenti alla realtà politica e sociale del nostro paese assopitisi sotto la canicola estiva: è proprio sull’onda di questi che (ri)troviamo gli Zen Circus. La band pisana ha difatti appena pubblicato il settimo album (il secondo per La Tempesta Dischi), “Nati per subire”, e a breve inizierà il tour italiano per supportare il disco (la prima data è prevista per il 5 novembre al Cage di Livorno).

L’inizio è di quelli incalzanti: una cavalcata che dipinge con pennellate veloci la dicotomia odio/amore della società che fin troppo bene conosciamo, in quanto cittadini di quel “paese che sembra una scarpa”. C’è tanto da dire e non è “facile spiegarlo in quattro accordi”, ma Appino e soci non si tirano indietro e cesellano nella cantilenante “L’amorale” (tra l’altro primo singolo estratto dall’album chiamato ad anticipare l’uscita del medesimo) una perfetta invettiva nei confronti di quella che può essere definita come fede-di-comodo, pratica tanto inerte e di facciata (“la questione è solo che non vuoi morire” si recita nel testo) quanto diffusa qui da noi.

Ma è con la terza traccia che si arriva al succo di tutta la vicenda: “Nati per subire”, canzone che dà il titolo al disco, è una ballata folk nel tipico stile della band che si apre a inediti riff di tastiera e intesse fra questi il leitmotiv che lega tutte le 11 tracce, ovvero quello della condizione di  passività che ci contraddistingue. Già il fatto di essere “nato per errore” o più comunemente “per una probabilità” conferisce all’individuo una posizione di chi subisce un’azione che poi altri non è se non la condizione necessaria di partenza, quella dell’esistenza. Da qui però la semplice constatazione si aggrava di una certa responsabilità: il fatto di essere “futuri soldatini” è un rischio che coinvolge tutti ma non dovrebbe essere prestabilito per nessuno, ed è uno sguardo malinconico e al contempo stoico quello che si accascia sulle figure destinate a subire. Quello stesso sguardo si accende di una vena sarcastica ne “I qualunquisti”, uno spaccato del modo di essere attuale dove tutto è per sentito dire e le parole si mettono in bocca un po’ a chi si vuole a seconda di quel che fa comodo (molto eloquente la ballad di aforismi e personaggi che coinvolge Gandhi, Mussolini, Hitler e Gesù). Sulla falsariga di questo brano troviamo in chiusura”Ragazzo Eroe”,  dove il tono si fa ancora più pungente e ambiguo, tanto che l’appellativo attribuito all’ipotetico soggetto non può non stridere nell’orecchio dell’ascoltatore mentre la voce scolpisce un impietoso ritratto della gioventù nostrana che lascia ben poco da sperare al Belpaese.

Ma sarebbe forse troppo semplice chiuderla così, subire questa condizione. La vera forza di un disco che di certo non brilla per melodie compositive incalzanti (eccezion fatta per pochi casi ben delimitati) sta nelle parole e nella indignazione che suscitano. Ne scaturisce così una palinodia, una ritrattazione di tutto ciò che si è finora detto: che anche se si è nati per subire (e finora si è subito eccome), ciò non vuol dire che questa debba essere la regolala morale – da tramandarsi a vicenda. Si assiste qui alla ricerca di una brezza nuova dopo il torpore, a quell’amore disperato che conferisca nuovamente una dignità a questa vecchia scarpa.

Grazie ad Andrea Suverato

Condividi.