Thee Elephant, Thee Elephant

Thee-Elephant-2014-recensione 3/5
Un tuffo nel passato: abitudine, o vizio, molto in voga in quest’ultimo periodo. È questa la prima sensazione che regala l’ascolto dei Thee Elephant...

Un tuffo nel passato: abitudine, o vizio, molto in voga in quest’ultimo periodo. È questa la prima sensazione che regala l’ascolto dei Thee Elephant, superband capitanata da Dola J. Chaplin, cantante folk con lunga esperienza all’estero, accompagnato da diversi musicisti appartenenti all’underground romano, tra cui spicca Milo Scaglioni (Jennifer Gentle e Roberto Dell’Era).

Sta per uscire il loro primo disco omonimo: constatiamo, intanto, che c’è un alone di mistero attorno al nome del gruppo – e dunque del disco: in rete si nota una curiosa oscillazione del pronome di antico uso thee, spesso semplificato nel più comune e ovvio articolo The. È la stessa band a far leva su questa ambiguità, che immagino nasconda però ben pochi arcani, e sia piuttosto da imputare all’ampia diffusione del moniker scelto.

Del resto i Thee Elephant non hanno voluto rinunciare ad un nome così utile per dare l’idea di “possenza e goffagine”, senza dimenticare che il nostro mammifero proboscidato è un animale longevo, fatto che sottilmente allude alla non giovanissima età dei membri della band, tutti con un passato più o meno delineato alle spalle.

Ma è tempo di parlare dell’album: un tuffo nel passato, si diceva. Ma non solo questo: inevitabilmente non possiamo fare a meno di immaginarci una West Coast invasa dal sole quando ascoltiamo In Love again, open-track dal sapore decisamente Sixtie’s. Ciò dipende soprattutto dalle sonorità scelte, che spesso riaffiorano in superfici limitrofe quali quelle del Garage-Rock e del Surf-Rock, come dimostra la successiva The Fool, cui non mancano coretti à la – indovinate un po’? – Beach Boys.

L’identità musicale è stata comunque rispettata con cura, soprattutto da un punto di vista acustico: premia, infatti, la scelta di registrare le tracce del disco nel Sud Est studio di Stefano Manca, in cui, grazie a sale ampie e dotate di efficaci riverberi naturali, apparecchiature vintage e nastri da 2 pollici è stato possibile cucire una veste sonora che in effetti è molto gradevole all’ascolto, oltreché pienamente calzante con quanto suonato dalla band; ascoltare Orpheus, tra le altre, per credere.

Non mancano momenti più lenti e intimi, come I’m a Loser, o Here for You (forse il pezzo da ricordare del disco), in cui la vena cantautoriale di Dola J. può fluire sicura fra terreni noti. La voce è forse la chiave di volta del disco: non solo ai fini del giudizio di una equilibrata recensione, ma soprattutto ai fini del gusto. Sullo sfondo di generi e sonorità di cui abbiamo parlato, la voce è senz’altro l’elemento di rottura, poiché ha una timbrica ben più familiare all’ambito folk-country che a quella psych; il che rende l’ascolto meno piatto di quel che potrebbe essere. Ma fino a che punto possa funzionare il connubio, non siamo in grado di dirlo, essendo già entrati negli insidiosi territori del gusto; ai posteri l’ardua sentenza.


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