Thegiornalisti – Thegiornalisti Vol. I

Thegiornalisti Vol I Recensione /5
Il rientro dalle vacanze è sempre di una tristezza infinita; settembre è il mese in cui si ritorna alla routine abbandonata per sfinimento (massimo) qualche mese prima. Nel 2011, però, avremo la fortuna di farci accompagnare nel ripercorrere la quotidianità dal disco d’esordio dei Thegiornalisti, portatori sani di quella vena di rock’n’roll il cui sangue

Il rientro dalle vacanze è sempre di una tristezza infinita; settembre è il mese in cui si ritorna alla routine abbandonata per sfinimento (massimo) qualche mese prima. Nel 2011, però, avremo la fortuna di farci accompagnare nel ripercorrere la quotidianità dal disco d’esordio dei Thegiornalisti, portatori sani di quella vena di rock’n’roll il cui sangue ribolle ancora nella band romana a quarant’anni di distanza.

Come afferma/conferma la bio del profilo Facebook, le influenze dei Thegiornalisti sono svariate, citando, “da Mina ai Libertines, da Lennon a Celentano“, ma più che altro l’influenza è quella di ciò che accade nella vita di tutti i giorni. I suoni più facilmente riconoscibili sono quelli d’impronta strokesiana, anche se i rimandi ad una sfera musicale nostalgica, ovviamente di matrice italiana, si fanno vivi soprattutto nei testi, divisi tra serietà e sottile ironia; possibile quindi pensare ad un continuum con grandi artisti del passato le cui tematiche stilistico/musicali vengono rivitalizzate attraverso una nuova impronta sonora. Un mix di suoni e sonorità che si amalgama sino a creare un prodotto elaborato ma di cui ci si appassiona in brevissimo tempo, tant’è che risulta difficile trovare canzoni da skippare.

Procedendo per ordine, “Siamo Tutti Marziani“, traccia d’apertura del disco, è da considerarsi come un piccolo capolavoro, ma questo non significa che gli altri nove brani siano di caratura inferiore; ad esempio, l’atmosfera creata in “Animali” ed in “E Menomale“, nonostante sia categorizzabile in due (ovviamente ipotetici) poli opposti, altro non fa che confermare la poliedricità e, di conseguenza, l’abilità della band romana di passare da uno stile all’altro, alternandoli e/o mischiandoli senza problemi ed ottenendo un risultato sorprendente. Una prima menzione particolare va a “La Mano Sinistra Del Diavolo“, in cui emerge l’abilità compositivo – musicale del gruppo in una traccia in cui si assiste ad una vorticosa metamorfosi stilistica sottolineata attraverso la chitarra, mentre una seconda menzione va all’artwork, minimale ma significativo, che si presta facilmente a mille possibili chiavi interpretative, scelta sicuramente molto interessante.

Un grande esordio, sicuramente ricco di contenuti e di sperimentazioni sonore che possono permettersi solo grandi gruppi come Afterhours e Marlene Kuntz, giusto per citarne due. Un ottimo lavoro che lascia presupporre un grande riscontro sia da parte della critica che del pubblico; non resta che attendere l’uscita ufficiale del disco e vedere il destino compiersi. O almeno questo è ciò che ci si augura tutti per (ri)alzare il livello del rock in Italia.

Federico Croci

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