Van Der Graaf Generator – A Grounding In Numbers

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Ricordo di esser stato sin troppo duro con il precedente album dei Van Der Graaf Generator, “Trisector” (2008). Riascoltandolo oggi, non lo trovo più così deludente; certo, un po’ scontato, ma per nulla malfatto. Forse soffriva la vicinanza con “Present” (2005), opera di ben altro coraggio, tuttavia forse meno compiuta. Bisognerebbe poter valutare i dischi

Ricordo di esser stato sin troppo duro con il precedente album dei Van Der Graaf Generator, “Trisector” (2008). Riascoltandolo oggi, non lo trovo più così deludente; certo, un po’ scontato, ma per nulla malfatto. Forse soffriva la vicinanza con “Present” (2005), opera di ben altro coraggio, tuttavia forse meno compiuta. Bisognerebbe poter valutare i dischi avendo anni a disposizione, impresa che al giorno d’oggi è un’assoluta chimera. Di una cosa sono certo però: che il nuovo “A Grounding In Numbers” è, se non superiore, almeno pari a “Trisector”, il quale pare addirittura esser stato una ‘prova generale’ per questa ultima fatica del trio formato da Peter Hammill, Hugh Banton e Guy Evans.

I ricercatori del nuovo a tutti i costi probabilmente storceranno il naso di fronte a questo lavoro, ma chi ha amato i vecchi classici dei VDGG approverà senz’altro quanto fatto dalla band inglese. Perché qua c’è tutto quello che può volere un amante del rock progressivo originario: ricerca sonora, maniacale attenzione ai dettagli, tempi dispari abbinati ad episodi più ampi, rilassati e onirici, arrangiamenti di alta classe, grande passione nel creare musica. Spicca soprattutto la capacità di variare l’atmosfera, in un susseguirsi di brevi (per gli standard del genere) brani ora intricati e cervellotici ora distesi e romantici, in cui l’organo di Banton non si è mai trovato così a proprio agio; sentire ad esempio la magica introduzione affidata a “Your Time Starts Now”, in grado tramite raffinate volute sonore di riportare in vita un mondo e delle fragranze che ormai sono scomparsi.

Mai come nel caso di “A Grounding In Numbers” l’etichetta ‘disco della maturità’ può essere applicata senza risultare retorici. A più di quarant’anni dagli esordi è lapalissiano che l’angoscia e l’urgenza dei primi capolavori dei VDGG siano notevolmente calati. Rimangono però nascosti nei recessi sonori di brani come “Red Baron”, “Medusa”, “Embarassing Kid” (molto alla King Crimson questo), “Highly Strung” (che parte con un riff quasi da arena rock e si complica nelle successive variazioni) e nelle oblique campate vocali e strumentali di “All Over The Place”, mentre “Mathematics” mostra il volto più melodico e riflessivo dei ‘nuovi’ Van Der Graaf, nonché la loro recente passione per le scienze più o meno esatte.

È bello sentire quanto entusiasmo ci mettano ancora questi ‘vecchietti’ nel comporre e realizzare un album. Merce rara al giorno d’oggi. Consigliato senza riserve.

Stefano Masnaghetti

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