Vinicius Cantuaria & Bill Frisell – Lagrimas Mexicanas

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Prosegue il sodalizio fra Bill Frisell e Vinicius Cantuaria, che nel recente passato ha già fruttato gli album “Tucuma” (1999), “Vinicius” (2001) e “Samba Carioca” (2010), tutti a nome del musicista brasiliano, mentre il chitarrista statunitense ha ospitato il suo amico nell’omonimo disco dei suoi Intercontinentals (2003). “Lagrimas Mexicanas”, però, è il primo lavoro in

Prosegue il sodalizio fra Bill Frisell e Vinicius Cantuaria, che nel recente passato ha già fruttato gli album “Tucuma” (1999), “Vinicius” (2001) e “Samba Carioca” (2010), tutti a nome del musicista brasiliano, mentre il chitarrista statunitense ha ospitato il suo amico nell’omonimo disco dei suoi Intercontinentals (2003). “Lagrimas Mexicanas”, però, è il primo lavoro in duo, privo dell’ausilio di altri strumentisti. Un’occasione per approfondire le affinità fra i due artisti, un’opera ‘in solitaria’ che fissa alcuni punti chiave della loro musica (tutti i brani presenti sono stati scritti a quattro mani).

Tutto si svolge all’ombra della contaminazione. Ma non aspettatevi il Frisell più sperimentale e innovativo, quello che traffica fra avanguardia jazz e classica contemporanea; per intenderci meglio, un album come “Have A Little Faith” (1992), il quale si permetteva di mischiare Madonna e Charles Ives, Muddy Waters e Aaron Copland, è lontano anni luce. In “Lacrimas Mexicanas” a prevalere è la dimensione folklorica, che si sposa al jazz in un gioco di rimandi fra tex-mex e bossa nova, blues (“Forinfas”, unico brano in inglese) e tropicalismo (l’ombra di Jobim si allunga su canzoni quali “Lagrimas De Amor” e “Aquela Mulher”, entrambe in portoghese), percussioni afroamericane e musica popolare latinoamericana. Ed è Vinicius che detta i tempi del discorso, occupandosi del canto, delle percussioni e della chitarra acustica, mentre Bill con l’elettrica e la manipolazione dei loops crea echi, riverberi e contrappunti strumentali che contribuiscono a rendere interessanti composizioni che, altrimenti, avrebbero potuto soffrire di un certo manierismo. Un esempio può essere l’apripista “Mi Declaracion”, in cui i lievi rumorismi e le pulsazioni funk ideate da Frisell sfregiano impercettibilmente il tessuto sonoro, trasformando un classico andamento latino in qualcosa di ‘altro’ (trattamento molto simile viene riservato a “Lagrimas Mexicanas”); una tecnica che il Nostro aveva già sperimentato nel fondamentale disco di Caetano Veloso “Estrangeiro” (1990), al quale per certi versi questo cd è accostabile, specie nella sua idea di fondo, ossia l’incontro fra le due Americhe, quella latina e quella anglosassone.

Non si tratta certo di un’opera epocale, “Lacrimas Mexicanas” contiene ‘soltanto’ 41 minuti di ottima musica, rilassata e rilassante, non priva però di lirismo e sentita malinconia. Ed è un’occasione per apprezzare uno dei più grandi chitarristi jazz contemporanei duettare con uno dei migliori talenti brasiliani. Non è affatto poco.

Stefano Masnaghetti

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