Wilco – The Whole Love

Wilco The Whole Love Recensione /5
Il predecessore, “Wilco (The Album)“, era stato sicuramente un buon disco. Tuttavia in quell’occasione i Wilco, noti per la prospettiva eterodossa con la quale hanno quasi sempre interpretato la tradizione musicale americana, avevano optato per un approccio sin troppo ‘tradizionale’ al folk, al rock e al country, finendo per creare un’opera aggraziata ma quasi manieristica.

Il predecessore, “Wilco (The Album)“, era stato sicuramente un buon disco. Tuttavia in quell’occasione i Wilco, noti per la prospettiva eterodossa con la quale hanno quasi sempre interpretato la tradizione musicale americana, avevano optato per un approccio sin troppo ‘tradizionale’ al folk, al rock e al country, finendo per creare un’opera aggraziata ma quasi manieristica. Forse che dopo più di 15 anni di carriera e un’inesausta vena creativa anche per il gruppo di Chicago era giunto il momento del ristagno compositivo?

The Whole Love” risponde in modo negativo a questa domanda. Tweedy e compagni fanno intendere che il predecessore rappresentava solo una piccolissima battuta d’arresto nel loro obliquo cammino e che i Wilco sono tornati a fare quello che meglio riesce loro, ossia offrire una visione alternativa all’interpretazione comune della ‘roots music’ statunitense. Le scorie elettroniche di quasi radioheadiana memoria poste a principio dell’iniziale “Art Of Almost” bruciano le aspettative dell’ascoltare, dimostrando che al sestetto è tornata prepotente la voglia di osare. Parliamo di sette minuti magici, in cui le interpolazioni sintetiche della prima parte vengono incrociate con lievi arrangiamenti d’archi, per poi sfociare in un (post) rock sanguigno che chiama in causa persino il garage e la psichedelia; stupendo l’assolo della chitarra elettrica di Cline. Se il disco si fosse mantenuto interamente su questi livelli, staremmo parlando di un capolavoro.

Purtroppo così non è. Perché col passare delle tracce “The Whole Love” rientra nei ranghi, e l’impeto scardinatore si placa. Ma non sparisce del tutto, e contribuisce a informare un’emissione che, come già detto, se non si piazza fra le cose migliori mai fatte dai Nostri ci va comunque molto, molto vicino. Piace soprattutto il carillon psych – garage – pop fortissimamente Sixties di “I Might“, e anche episodi come l’intensa ballad “Sunloathe“, il pop/rock fischiettato di “Dawned On me“, il fascino antico di “Capitol City” (una sorta di Django Reinhardt virato country) e la chiusura amniotica di “One Sunday Morning” saranno accolti come manna dal cielo da tutti i fan del complesso. La consueta e mostruosa cura dei dettagli, unita alla produzione impeccabile, rendono quella dei Wilco una release graditissima. Il tempo della pensione è ancora molto lontano.

Stefano Masnaghetti

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