Wu Ming Contingent – Bioscop

wu-ming-contingent-bioscop-recensione 3/5
Dalla letteratura alla musica: I Wu Ming Contingent salgono sul palco raccontando le "vite degli uomini illustri" del nostro tempo. In chiave punk.

Musica e letteratura contemporanee si scontrano nel disco d’esordio dei Wu Ming Contingent, dal titolo Bioscop. Se, come spero, il nome del gruppo vi evoca in mente la lettera Q o il blog Giap, sappiate che non è casuale: la voce al microfono è quella di Joe K., aka Wu Ming 1, già cantante negli anni ’90 del quintetto hard-core Frida Frenner; mentre alla chitarra troviamo Riccardo Pedrini, la cui massa corporea è occupata da Wu Ming 5. Quella che abbiamo di fronte è la “sezione musicale” del collettivo che da vent’anni a questa parte contribuisce con centinaia di eventi e interviste, reading, pubblicazioni di romanzi (alcuni, come il già citato “Q”, di risonanza internazionale) e raccolte di racconti, a mantenere vivo – e talvolta a provocare – il narcolettico panorama culturale italiano.

La strada scelta dal gruppo per il debutto sulla scena musicale è sin dall’inizio quella – parole loro – della “canzone declamata”, in cui la voce si erge sopra la base strumentale recitando il testo piuttosto di cantarlo. Tecnica che in Italia ha un’illustre scuola, dall’archetipo CCCP ai più recenti Offlaga Disco Pax, Massimo Volume, Bachi da Pietra e Teatro degli Orrori. A discapito delle atmosfere post-rock o elettroniche di altri, il Contingente in questione ha deciso per un’impronta musicale punk, con batterie tese e riff semplici e diretti, arricchita e resa eclettica da incursioni di sax.

Ma cos’è davvero Bioscop? Quali motivi hanno spinto i quattro (oltre ai due Wu Ming nel gruppo trovano posto anche Yu Guerra e Cesare Ferioli) alla creazione del disco? Partiamo intanto dal suo nome: il bioscop è un proiettore cinematografico inventato nel 1985 dai fratelli Skladanowsky – versione sfigata della ben più celebre opera dei fratelli Lumiere. I dieci pezzi dell’album sfilano uno dopo l’altro come pellicole, raccontando ciascuno le immagini (rigorosamente sfocate) della vita di un uomo illustre. Una riedizione dell’opera di Cornelio Nepote in chiave punk, mini-biografie che raccontano le gesta di uomini del nostro tempo: come la traccia d’apertura, Soldato Manning, uomo accusato di aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati durante la sua permanenza in Iraq e di averli consegnati a Wikileaks, condannato l’anno scorso a 35 anni di carcere; o Socrates, il grande calciatore brasiliano, anima tecnica e ideologica della cosiddetta “democrazia corintiana”; o ancora Peter Norman, Ho Chi Minh (in Uno spettro), fino a Vittorio Arrigoni, protagonista della canzone che chiude l’intero lavoro, Stay Human.

C’è un filo rosso che lega le storie di questi personaggi tanto diversi tra loro per attributi, provenienza, competenze ed estrazione sociale, che – non si nasconde certo – è quello della rivolta. Sono tutti ribelli e rivoluzionari, ognuno a modo suo, nelle forme e nei campi che gli competono. Il lavoro dei Wu Ming Contingent prende dunque una piega espressamente politica, e sfrutta il genere biografico e la forma canzone per parlarne.

Se sul piano musicale una leggerezza stilistica combinata con questo formato può portare a una ridondanza di riff e melodie, la qualità dei testi e il valore dei temi trattati ricompensa costantemente l’orecchio dell’ascolto – toccando il suo zenit proprio nel brano di chiusura del disco, dedicato ad Arrigoni. A dar man forte ai testi ci sono poi brani di valore assoluto come il già citato Soldato Manning, Cura Robespierre e La rivoluzione (non sarà trasmessa su youtube) – brano paradigmatico sin dal titolo, che occupa la metà esatta del disco non a caso.

Dagli scaffali delle librerie ai blog, dai reading al palco: i Wu Ming – nelle varie forme che il volto di questo noto Sig. Nessuno via via assume – non perdono la capacità di lasciare un segno, e al contrario vengono premiati da ogni nuova frontiera che decidono, brillantemente, di varcare. Rivoluzionari.


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