Zebrahead – Get Nice!

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Tristemente famosi in Italia per essere “quelli con le fighe in copertina” (ogni riferimento alla cover di Playmate Of The Year è puramente casuale), i californiani Zebrahead tornano con “Get Nice!“, il nuovo disco a tre anni dall’ultima raccolta di inediti Phoenix. Unica differenza: lasciano alle spalle anni di major, per un ritorno in pianta

Tristemente famosi in Italia per essere “quelli con le fighe in copertina” (ogni riferimento alla cover di Playmate Of The Year è puramente casuale), i californiani Zebrahead tornano con “Get Nice!“, il nuovo disco a tre anni dall’ultima raccolta di inediti Phoenix. Unica differenza: lasciano alle spalle anni di major, per un ritorno in pianta stabile nel mondo delle etichette indipendenti. Dopo averci costruito una carriera su quei lidi, e con il salto già fatto in Europa, era ora di dare un po’ di pepe alla carriera.

La penultima frase non è detta a caso: gli Zebrahead, tolto il cambio di label, non si sono spostati di un millimetro rispetto al 2008. Ci troviamo di fronte alla “solita solfa“, nel senso più positivo del termine: 12 tracce di punk rock adolescenziale e perfetto come colonna sonora per l’estate, dove le sfuriate rapcore, il vero trademark del combo statunitense, restano gli episodi più azzeccati dell’album. Un disco che scorre via senza intoppi, filler ed episodi storici, nel quale abbiamo tanti pezzi carini, tra i quali il singolo “Ricky Bobby“, sorprendente e a conti fatti la migliore traccia di “Get Nice!“.

Parlare di già sentito, déjà-vu e termini simili è spesso visto come un fattore negativo. Nel caso degli Zebrahead è da vedere come un punto di forza: non riusciamo ad immaginarceli diversi, magari intellettualoidi radical chic col cravattino, occhiali con montatura spessa, il sigaro e il whisky a discutere di scritti di Noam Chomsky. Loro lo han capito da tempo: li vogliamo ignoranti, cazzoni e con canzoni da ascoltare in costume e infradito. E loro non tradiscono. Mai.

(Certo, il plagio dei Twisted Sister nella parte iniziale di “She Don’t Wanna Rock” è una cosa difficilmente perdonabile: troppo sfacciato per non essere notato già al primo ascolto).

Nicola Lucchetta

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