Zen Circus – Canzoni contro la natura

zen-circus-canzoni-contro-natura-recensione-2014 2.5/5
Il nuovo album degli Zen Circus intende fotografare la decadenza italiana, senza escludere incursioni nella sfera politica, ma a parte un paio di sussulti iniziali non riesce a mostrare spessore, cadendo in alcuni frangenti nell'anonimato.

Gli Zen Circus tornano con un nuovo disco a tre anni di distanza dall’ultimo “Nati per subire” (2011), dopo la parentesi solista di Andrea Appino con l’ottimo “Il testamento” (2013) e di Karim Qqru col progetto “La notte dei lunghi coltelli”. “Viva” dunque, vien da dire. E il primo singolo di “Canzoni contro la natura” – “Viva”, per l’appunto – lascia davvero ben sperare. Riff e tempi in quattro quarti, semplici e tesi, estremamente orecchiabili come negli Zen migliori. E proprio come negli Zen migliori a questi si intreccia la voce graffiante di Appino che si muove precisa e spietata come il bisturi di un chirurgo tra le fotografie che si avvicendano nel video del singolo. Lo fa fotografando la realtà amara che ben conosciamo e che è un po’ il serbatoio – legittimo – dal quale il gruppo attinge da sempre: la decadenza tutta italiana che spesso si sovrappone alla sfera politica, ma che va anche ben più in là, insinuandosi negli interstizi di una società macchiata di vittimismo e ignoranza (elementi spesso a braccetto) che in parte non fa neanche mistero di un sincero disinteresse nei confronti della condizione in cui versa (Di cosa ridete?/E di cosa urlate?/Perché festeggiate ancora l’estate?/Di cosa ballate?/Di cosa vi fate?/Tutti viva qualcosa sempre viva qualcosa). Il risultato sono tinte forti, volti tesi e grotteschi come in un quadro espressionista. Una rabbia percepibile dall’inizio ma in continuo crescendo esplode in una vera e propria invettiva al qualunquismo, che dallo stacco di chitarra si protrae fino in fondo al pezzo. Un atteggiamento ben diverso da quello distaccato e fin ironico visto nel disco precedente in un brano dal tema affine: “I qualunquisti”.

Una nota ancora più amara, o meglio esasperata, emerge con ancora più chiarezza nel secondo brano del disco (e secondo singolo estratto): “Postumia”. Il titolo fa riferimento a Via Postumia, ma è evidente il doppio senso legato alla sbornia. Ed è una voce ubriaca quella di Appino in questo pezzo da aria viziata e opprimente, che analizza più nel dettaglio le imperfezioni della società – soprattutto quella giovanile e quella non-più-tanto-giovane ma che comunque si ostina ad esserlo. Alcuni passaggi del testo svelano una decadenza talmente viscerale che ben figurerebbero nella descrizione della cena di Trimalcione del “Satyricon” di Petronio (ma senza neanche la pretesa di fingere chissà quale sontuosità). Cose e persone piccole insomma, desideri e ambizioni frustrati che si bevono come il futuro “per non pensarci”. Il tragico se c’è è altrove, qui siamo in pieno crepuscolarismo. Tuttavia, musicalmente parlando, non si è ancora spenta la verve del primo brano e anche questo pezzo non lascia indifferenti già al primo ascolto.

Purtroppo però questi primi sussulti sono pressoché gli ultimi – di già – del nuovo lavoro degli Zen. Già con la title-track “Canzone contro la natura” si avverte un blocco nella ricerca delle melodia e persino delle parole giuste per non far passare la canzone nel più completo anonimato. E non sarà un caso che proprio questo brano si concluda con un estratto audio ricavato da un’intervista di Pier Paolo Pasolini a Giuseppe Ungaretti, in cui sono le parole del poeta stesso a rivelare l’origine – il concepimento – del tema dell’album: “Tutti gli uomini sono, in un certo senso, in contrasto con la natura“.
Parole d’altri – e di altri autorevoli – che però non bastano a conferire spessore al disco di una band da cui si può (e si deve) richiedere molto di più. Un passo falso che stona con gli ultimi lavori di una delle più interessanti realtà nostrane che quasi non si spiega. E non resta allora, finiti i dieci brani del disco (pur senza dimenticare quelli che un segno l’hanno lasciato), che rifarsi le orecchie con un singolo pubblicato da Appino solo qualche mese fa. Un brano, da solo, senza le spalle forti di un disco per sostenersi, ma con una costituzione tanto robusta di suo da poterne fare a meno. “Il lavoro mobilita l’uomo”, si chiama. È una meraviglia, ed è la prova che i ragazzi di Pisa hanno ancora tanto da dare alla musica e al “Paese che sembra una scarpa”.


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