Zola Jesus Conatus

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Il talento di Zola Jesus non è in discussione, neppure in questo album. Il quale, tuttavia, mostra alcuni segnali di ammorbidimento che potrebbero rivelarsi inquietanti in prospettiva futura. Che Nika si stesse traghettando da una no wave oscura e claustrofobica verso una dark wave più vellutata e ricolma di suadente gothic rock era già chiaro

Il talento di Zola Jesus non è in discussione, neppure in questo album. Il quale, tuttavia, mostra alcuni segnali di ammorbidimento che potrebbero rivelarsi inquietanti in prospettiva futura. Che Nika si stesse traghettando da una no wave oscura e claustrofobica verso una dark wave più vellutata e ricolma di suadente gothic rock era già chiaro dai tempi del primo “Stridulum“, tuttavia in quell’opera non aveva ancora perso del tutto le componenti più sovversive della sua espressione. E in “Conatus” sembra che accada proprio questo; la foga più destabilizzante si è quasi del tutto sopita, al posto della Lydia Lunch degli anni Zero c’è ora una versione indie di Siouxie quasi rassegnata ad inseguire la celebrità a cui si può aspirare in quell’ambito. Intendiamoci: di per sé non c’è nulla di male nel cercare di diffondere il più possibile il proprio nome. Il grave è quando per farlo si scrive un disco piatto e scontato che ricerca l’effetto più semplice immergendosi in un synth pop poco sentito e partecipato, in breve quando l’artista stesso soffoca i suoi veri talenti. E questo sembra il caso di Zola Jesus, almeno a giudicare dalle undici canzoni che compongono “Conatus”. Brutta sorpresa.

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