Alter Bridge – Fortress

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Fortress è un capolavoro. Un altro, sì.

C’è stato un tempo in cui mi dicevano minchia oh se sei invasato con sti Alter Bridge, sono solo l’ennesimo gruppo post grunge inutile. O ancora, non capisco come tu possa trovare qualcosa di originale in questi qua. O di nuovo bah si carini ma niente di che. Ricordo anche gli sbattimenti per riuscire ad andare alla loro prima data a Reggio Emilia nel 2005, o di come riuscimmo a contattare (grazie alla passione di persone che all’epoca nemmeno erano dentro Outune ma facevano i salti mortali solo per promuovere la band) l’etichetta per pompare la data al Fillmore e il meraviglioso contest organizzato all’Alcatraz a fine 2008. Ricordo anche la fuga a Zurigo (dato che in Italia mi boicottavano all’epoca) insieme a un socio, che ora all’estero ci va per suonare con la sua ottima band, per fare l’anteprima di AB III e la notte insonne per mettere online il tutto, o ancora le trasferte in Europa per seguirli e poi scrivere andateli a vedere che sono in grande forma. Nel frattempo in Italia crescevano fan club, pagine facebook dedicate alla band o ai singoli musicisti, e questa nazione diventava una delle più affezionate al combo americano.

Bè non ve ne fregherà una bega di tutto questo, vorrete giustamente sapere come diavolo è questo attesissimo quarto disco “Fortress“. E’ un capolavoro. Un altro sì. Fine.

Questa release è la sublimazione definitiva di un gruppo che ha da sempre incorporato in sè gli echi dell’hard rock anni settanta, le distorsioni  e le melodie sì post grunge (grazie al cazzo, 3/4 di Creed che avrebbero dovuto fare, indie pop?) ma anche un’aggressività che lambiva spesso il metallo. Di più, la coppia Tremonti/Kennedy sembrava davvero destinata a incarnare l’ideale di rock duro del nuovo millennio: l’abilità esecutivo-compositiva del primo e l’ugola baciata da dio del secondo, favorivano paragoni blasfemi per molti (poi saltò anche fuori che Myles fece pure un’audizione con Jimmy Page, no così per dire) ma che al sottoscritto e sempre a più fans che si affezionavano al Verbo, parevano non poi così tanto campati in aria.

E il tempo ha dato ragione a chi ha sostenuto sin dall’inizio questo gruppo clamoroso, mai incline alla ricerca spasmodica del singolo facile, delle vendite a ogni costo a discapito della qualità e lontanissimo da logiche di mercato sempre più indispensabili in epoca di crisi discografica irreversibile.
L’ennesima conferma mi arriva in zona Ferragosto 2013, quando lo streaming di “Fortress” mi fotte il cervello esattamente a sei anni di distanza da “Blackbird“, altro disco esagerato dei Nostri. Sin dall’opener “Cry Of Achilles” la band fa capire che quanto seguirà sarà l’ennesima evoluzione verso la perfezione dell’hard rock moderno, genere che gli Alter Bridge incarnano senza timore alcuno e con legittimo credito. Nel corso della release vengono esplorate tutte le sfaccettature di un sound che ha saputo sì ridefinirsi e migliorarsi dopo la sfiorata fine dell’avventura avvenuta tra secondo e terzo disco, il side project di Mark e i tour con Slash di Myles, ma che aveva sin dall’altrettanto spaziale debutto “One Day Remains” di quasi dieci anni fa, tutte le premesse per arrivare oggi ad azzardare senza timori reverenziali una titletrack dall’accelerazione Sabbathiana, a sparare un’intro alla Muse (“Calm The Fire“), a rituffarsi negli anni novanta e nei Mayfield Four (“Lover“) e a triturarsi le orecchie con riff intricati e al solito spaventosi (cfr. “Bleed It Dry” e/o “The Uninvited“). Ritornelli eccellenti, cambi di tempo, tecnica a nastro ma sempre al servizio della canzone singola, per un risultato finale che dimostra finalmente (come confermerà anche Tremonti in fase d’intervista) che con un processo creativo più ragionato e ampio (cosa NON avvenuta in AB III…), gli Alter possono soltanto scrivere figate colossali. Ci sono anche la solita ballatona zuccherosa (“All Ends Well“), il pezzo da Tremonti Project cantato da Myles (“Addicted To Pain“) e qualche azzardo progressive che richiederà un paio di ascolti in più per essere apprezzato (“Bleed It Dry“). Ma anche queste sono bellissime. Per dirla con parole non mie “oh non ne skippi una!“.

Inutile tediarvi oltre, se non volete perdervi uno dei migliori dischi usciti negli ultimi dieci anni, “Fortress” è acquisto obbligato. E se non siete d’accordo potete anche andare a farvi fottere, come regolarmente accade da almeno sette anni a questa parte.


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