[Alternative/Slow Core] Black Heart Procession …

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  [Alternative/Slow Core] Black Heart Procession – Six (2009) When you finish me – Wasteland – Witching stone – Rats – Heaven and hell – Drugs – All my steps – Forget my heart – Liar’s ink – Suicide – Back to the underground – Last chance – Iri sulu www.myspace.com/blackheartprocessionhttp://temporaryresidence.com/ Questa non è una

 

[Alternative/Slow Core] Black Heart Procession – Six (2009)

When you finish me – Wasteland – Witching stone – Rats – Heaven and hell – Drugs – All my steps – Forget my heart – Liar’s ink – Suicide – Back to the underground – Last chance – Iri sulu

www.myspace.com/blackheartprocession
http://temporaryresidence.com/

Questa non è una recensione, è la lettera d’amore per una band che, nel corso della sua carriera ormai più che decennale e dopo ormai sei cd uniti da qualcosa che è molto più di uno stile musicale, ha creato un immaginario che è così vivido e particolareggiato da essere diventato ormai un vero e proprio mondo parallelo la cui porta si apre sempre, appena la musica inizia, dovunque noi siamo: in metropolitana, in casa davanti allo stereo, nella vasca da bagno.

I Black Heart Procession sono i piedi nudi nel fango di un rigagnolo in un campo buio e umido, sono case di legno marcite nell’umidità, sono, come Poe o un ancor più morboso Truman Capote, il lato oscuro della California, degli Stati Uniti, o più semplicemente di tutti noi, visto che li sentiamo vicini più che mai, visto che è come se parlassero da dentro di noi, ogni volta che ascoltiamo un loro album.
Six in questo senso non è troppo diverso, ci propone sicuramente lo stesso viaggio nell’oscurità evocato con colori e ombre altrettanto vividi,  ma ce lo propone come se fosse un  ritorno: alle origini, all’inizio della storia, ai bei vecchi tempi.
Un ritorno che già appare chiaro nel titolo, richiamo alla numerazione progressiva degli album che era stata interrotta dopo il terzo, e che promette di riportare alla continuità che era stata tradita, se così si può dire, dalle atmosfera di frontiera di Amore Del Tropico e dal non troppo ispirato The Spell.

Le novità sono comunque molte, incastonate come gioielli fra composizioni dal percorso più rodato e riconoscibile, giusto per non straniare troppo i fan, la stupenda sesta traccia Drugs, ad esempio, così pianistica e sentita, così scarna ma comunque risonante come mai erano stati lavori di questo gruppo, è chiusa fra Heaven And Hell, classica fino all’auto-plagio, e All My Steps, una rumba imbevuta delle suggestioni di Amore Del Tropico. L’incalzante Witching Stone, in cui Pall Jenkins si diverte a sporcare col suo stile inconfondibile una linea decisamente indie, col risultato di arrivare, seppur di lato e in punta di piedi, più vicino che mai alla cantabilità da canzone radiofonica, rimane offuscato sia da Rats, un pezzo di quelli che il Nick Cave di adesso pagherebbe oro per riuscire a scrivere, che da Wasteland, imperniata su di un respiro affannoso che diventa canto e primo elemento percussivo di tutta la canzone.

Peccato per Suicide, passo falso stranamente fuori contesto ed anche un po’ di cattivo gusto, ma si sa, la perfezione non è per nulla affare umano. Anzi, non esiste proprio. L’importante è che i Black Heart Procession rimangano lì, come un’istituzione, o ancora meglio, come una tavola ouija da usare per evocare i fantasmi di quell’America che altrimenti non vedremmo mai: ogni volta che vorremo camminare in quel buio umido e gelatinoso loro saranno lì, a portata di mano, a guidarci. E questa è una delle più belle sicurezze della musica di adesso.

Francesca Stella Riva
 

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