Atlantean Kodex The White Goddess

Atlantean Kodex The White Goddess 4/5
Sulla copertina del precedente “The Golden Bough” (2010) campeggiava “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin, ora possiamo ammirare “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich. Insomma, anche a livello di presentazione grafica i bavaresi Atlantean Kodex dimostrano un ottimo gusto. Quel che più importa, però, è che il contenuto riesca a pareggiare la bellezza

Sulla copertina del precedente “The Golden Bough” (2010) campeggiava “L’isola dei morti” di Arnold Böcklin, ora possiamo ammirare “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich. Insomma, anche a livello di presentazione grafica i bavaresi Atlantean Kodex dimostrano un ottimo gusto. Quel che più importa, però, è che il contenuto riesca a pareggiare la bellezza del contenitore. E nel caso di “The White Goddess” accade esattamente questo. Il quintetto teutonico non ha alcuna remora nel farsi alfiere, nel 2013, dell’epic metal più classicamente anni Ottanta possibile, senza alcuna concessione al power propriamente detto e a qualsiasi influenza successiva. Come logica conseguenza, gli Atlantean Kodex possono essere apprezzati soltanto da una sparuta minoranza di metallari più che nostalgici. Ciò non toglie che questo sia uno dei dischi heavy metal più riusciti dell’anno.

Un intro e due brevi interludi strumentali fanno da giunzioni a cinque lunghi ed imperiosi brani, che recano in loro le migliori trovate di gruppi come Manowar (periodo “Into Glory Ride“), Bathory (periodo “Hammerheart“), Manilla Road e simili. Volendo trovare un paragone più recente, “The White Goddess” suona simile alle cose migliori dei DoomSword, ma con una capacità di metter soggezione all’ascoltatore persino più grande. C’è pure una piccola sfumatura alla Iron Maiden nel riff iniziale di “Sol Invictus“, ma passa subito e comunque si tratta di un ulteriore merito per gli Atlantean Codex. Per il resto non ci sono veri e propri punti deboli nel songwriting, anzi quest’ultimo tocca vertici che in ambito classic metal non sentivamo da tempo: “Heresiarch“, per esempio, è il più bel tributo possibile alla compenetrazione fra doom ed epic che avveniva nei vecchi capolavori di Candlemass e Solstice. La produzione è decisamente grezza e del tutto fuori onda rispetto ai canoni del Duemila (e non è necessariamente un male), la voce è registrata un filo troppo alta (una pecca che poteva essere evitata): difetti che non tolgono nulla alla grandezza dell’opera. Acquisto obbligatorio per chi non si vergogna delle proprie radici.


Condividi.