Tom Jones – Praise & Blame

4/5
    Tom Jones. L’immortale. Bello vedere quanto sia entrato nell’immaginario collettivo. Potete avere dai 9 ai 99 anni e avere in testa un Tom Jones diverso: quello a cui le ragazzine lanciavano i reggipetti sul palco, quello che scappava dagli alieni in “Mars Attacks”, quello che piazzava vocalizzi a cannone in “007 Thunderball”, quello

 

 

Tom Jones. L’immortale. Bello vedere quanto sia entrato nell’immaginario collettivo. Potete avere dai 9 ai 99 anni e avere in testa un Tom Jones diverso: quello a cui le ragazzine lanciavano i reggipetti sul palco, quello che scappava dagli alieni in “Mars Attacks”, quello che piazzava vocalizzi a cannone in “007 Thunderball”, quello libidinoso e attempato che ballava in “Sex Bomb”. Ne ha fatte di cotte e di crude in 50 anni di carriera, sia a livello personale che a livello musicale, che sia giunto il momento della redenzione?

“Praise & Blame”, già a partire dal titolo, sembra proprio questo. Scordatevi l’intrattenitore sudato con gli occhi a palla fuori dalle orbite: ora Jones ripropone una serie di classici blues, gospel, folk e country con un sound naturale, live, graffiante. Chitarra e batteria sempre presenti, va là un hammond e un basso proprio se vogliamo strafare. Un feeling che ricorda gli “American Recordings” del grande Johnny Cash. Jones si spoglia completamente di tutto il superfluo, di tutto il contorno: c’è solo lui con la sua voce tonante davanti a Dio e un accompagnamento minimo ma efficace. Tra pezzi popolari e cover di classici, c’è una buona varietà. Non sempre la voce di un penitente (“What Good Am I?”, “If I Give My Soul”) ma anche la grinta di alzare la testa e ruggire come nelle toste “Burning Hell” e “Don’t Knock”.

Dimenticatevi “Reload” (1999), questo è il disco che sognavano i cultori del Tom Jones vintage.

Marco Brambilla

 

Uno dei ‘vecchi’ della musica ha pensato bene di fare risentire in modo autorevole una voce che era silenziosa da un paio d’anni: del 2008 infatti l’ultima release del nome in questione che, all’alba dei 70 anni appena compiuti (il 7 Giugno, ndr), non si arrende alle rughe e anzi sfoggia una presenza vocale degna dei migliori Crooner, quando ben prima della swingin’ London era Las Vegas a swingare.
Quanto appare immediatamente è la totale de-sincronizzazione temporale del prodotto in questione. L’album del cantante gallese potrebbe essere infatti benissimo un LP di 50 anni fa, con pezzi ripresi dalla tradizione soul e blues e che non sfigurerebbe assolutamente se accostato alle pietre miliari del blues ‘50s made in U.S.A.
Esattamente di questo si tratta, di una sorta di raccolta casuale di classici della tradizione spiritual americana che spazia da Bob Dylan a Susan Warner, da John Lee Hooker a Staple Singers, e molti altri.
È solo la grande personalità di un cantante che ha attraversato praticamente tutta la storia della musica moderna, a partire dai primi anni ’60, a non rendere noioso l’ascolto e anzi a tonificarlo e attualizzarlo rispettandone sempre con grande elaganza l’intenzione iniziale.
La voce di Mr. Jones si erge possente sugli accompagnamenti decisamente vintage, dai suoni sporchi ma mai acidi; corposo il risultato finale a parte qualche ballad fin troppo “seduta” che rallenta il ritmo trascinato marchiato bluesy dell’intero lavoro.

Francesco Casati

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