Bologna Violenta – Uno Bianca

bologna violenta uno bianca 5/5
La guida, tuttavia, si limita a ricordare i fatti. È la musica a ridar loro vita, grazie a movimenti armonici arditi e repentini, in perfetto stile Bologna Violenta.

Bologna Violenta, dietro cui si cela il polistrumentista Nicola Manzan, esce fuori con quello che è a tutti gli effetti il culmine del suo progetto artistico: “Uno Bianca”, frutto di un lavoro decennale. È giunto, alla fine, il tempo di aprire il sipario sulla nuda e cruda realtà, celata finora dietro la coltre grind-noise, o filtrata da brandelli di cinematografia di serie B. Uno bianca è il simbolo della Bologna violenta: è con questa vettura diffusissima – e dunque insospettabile – che la banda dei fratelli Savi, fra gli anni ’80 e ’90, ha lasciato una delle scie di sangue più sconvolgenti della recente storia italiana; un centinaio di rapine e 24 efferati omicidi. Innocenti le vittime, molte delle quali appartenenti alle forze armate – dunque colleghi di due dei tre principali membri. Unica loro colpa, l’aver intralciato le azioni criminali della banda, intraprese soprattutto per soldi, e non scevre da deviazioni ideologiche.

È lo stesso Manzan ad annunciare la volontà di omaggiare la città che l’ha accolto. Ed è il progetto stesso di Bologna Violenta che nasce attorno a questa idea. Qualcuno ci ha tenuto ad alzare la voce: “Non tutto può essere rock”. A questo autorevole interprete del perbenismo peninsulare si deve rispondere “Tutto può essere arte”; e se l’arte sceglie di vestire i panni del rock, noi siamo pronti a indossarli per quelli che sono. E sono orrifici.

C’è una guida ad istruire l’ascolto delle 27 tracce di Uno Bianca: 27 date, 27 luoghi, 27 eventi che segnano la storia della banda. Il disco è una ideale colonna sonora: possiamo dir questo perché riconosciamo, nel furioso magma grind, le scariche di arma da fuoco evocate con sferzate distorsive, o le fredde campane che annunciano le vittime; perché riconosciamo la volontà di calare lo spettatore nei panni scomodi del carnefice che osserva le sue vittime, di opprimerlo con squarci orchestrali che sublimano il dolore, in punti coronati d’una lunghezza sfiancante; perché in qualche caso il fatto si palesa chiaramente – 18 agosto 1991 e 3 marzo 1994 – o è suggerito in ambientazioni mentali – 2 maggio 1991.

La guida, tuttavia, si limita a ricordare i fatti. È la musica a ridar loro vita, grazie a movimenti armonici arditi e repentini, in perfetto stile Bologna Violenta. Lo shock è nell’assenza di mediazione tra l’ascoltatore e i fatti descritti: il potere immaginifico è affidato in toto alla nostra mente, che non riesce a dotarsi di filtri, di setacci, e vede in lampi, davanti a sé, scene di violenza cieca e abominevole, sì che il sentimento è strozzato in un muto silenzio di morte, perso nell’oscurità di chi spara e di chi muore, nella disperazione di chi resta e s’affisa.

Ansia, indignazione, coraggio, repressione, morte, dolore: se la prima metà del disco – dalle fughe in autostrada (1, 2) ai terribili scontri a fuoco (9-14) – è una vera e propria escalation di terrore, la seconda metà – inaugurata dal contributo giornalistico e dal raccoglimento etereo di 4 gennaio 1991 (15) – è la corsa verso un baratro morale e psicologico, di cui 2 maggio 1991 (18), 28 agosto 1991 (21) e la conclusiva 29 marzo 1998 rappresentano il culmine sonoro.

Ogni ascolto è una stretta al cuore: il grind e il noise perdono gli usuali connotati ironici per rappresentare ferocemente la carica omicida della banda, mai fine a se stessa, ma sempre prigioniera degli orrori commessi, smorzata dal nodo in gola del dolore, di cui le parti orchestrali si fanno interpreti, nell’altezza dei violini che cercano l’acuità della sofferenza. I limiti narrativi della musica svaniscono nello spazio invaso delle arti affini, nella volontà di potenza di un messaggio che arriva dritto al cuore e alla mente – altro che no! Con coraggio e capacità, Manzan firma un capolavoro dell’arte italiana. E noi (e non solo noi, ne sono certo…) gliene saremo sempre grati.

Cosa possiamo e dobbiamo farcene di un disco del genere? Il grind è pur sempre una musica che ti carica, è vero, e c’è chi giustamente teme di viverla e goderne liberamente, con tutti i significati non troppo reconditi che un contesto così particolare implica. Chi fra noi ha questi timori pagherà comunque lo scotto, con un solo straziante brano: 29 marzo 1998, il finale che suggella questo capolavoro.

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