Darkthrone The Underground Resistance

Darkthrone The Underground Resistance 5/5
Con “The Underground Resistance” i Darkthrone sublimano il percorso compiuto attraverso gli ultimi 4 album, da “The Cult Is Alive” (2006) in poi. Dato il disco in esame, più che di sublimazione sarebbe meglio parlare di un colossale e glorioso dito medio sventagliato in faccia a tutti i detrattori del duo norvegese; e non solo

Con “The Underground Resistance” i Darkthrone sublimano il percorso compiuto attraverso gli ultimi 4 album, da “The Cult Is Alive” (2006) in poi. Dato il disco in esame, più che di sublimazione sarebbe meglio parlare di un colossale e glorioso dito medio sventagliato in faccia a tutti i detrattori del duo norvegese; e non solo a loro. In generale, questi 6 brani rivendicano la piena libertà d’espressione per il musicista (inteso in senso lato), e suonano come un sonoro vaffanculo verso quelle persone che vorrebbero ficcare gli artisti in un buco e costringerli a ripetere sempre la stessa opera. Nel caso di Fenriz e Nocturno Culto, “Transilvanian Hunger” (1994) riciclata in eterno. Ed è bello, invece, ammirare con quale noncuranza i Nostri se ne sbattano altamente delle stolte critiche del blackmetallino di turno e continuino a proseguire imperterriti sulla strada del recupero di certe sonorità appartenute al metal più marcio e deviante degli anni Ottanta, ossia la musica con la quale crebbero.

In questo senso “The Underground Resistance” osa moltissimo. Ormai non si parla più di black ‘n’ roll o blackened heavy metal come per emissioni quali “F.O.A.D.” (2007) o “Circle The Wagons” (2010). Perché di black propriamente detto – quello che proprio i Darkthrone contribuirono a creare più di chiunque altro – non ce n’è più. I 41 minuti dell’LP sono totalmente imbevuti di vecchio thrash e speed, con puntate verso il doom e una sorta di rilettura meravigliosamente cafona di tutto ciò che negli Eighties era considerato metal estremo. “Dead Early” e “Lesser Men” sono concentrati di momenti alla Celtic Frost ibridati con qualche misconosciuto e furioso gruppo U.S. power; “The Ones You Left Behind” è una miscela di riff alla Agent Steel e break NWOBHM, mentre il cantato epico/nasale di Fenriz richiama quello del grande Mark Shelton dei Manilla Road; “Come Warfare, The Entire Doom” possiede un intro alla Candlemass prima di velocizzarsi e incattivirsi; i capolavori sono però “Valkyrie“, folle incrocio fra i Bathory di “Hammerheart” e le cavalcate di power europeo degli Helloween, su cui Fenriz eleva il suo canto più pulito ed evocativo possibile, e soprattutto gli oltre 13 minuti di “Leave No Cross Unturned“, esaltante coacervo di accelerazioni thrash/speed e lugubri rallentamenti che riprendono in chiave ancor più primitiva quelli di “In The Shadow Of The Horns“, testimoniando la fortissima personalità della band, in grado di suonare originale nel mezzo di mille imitazioni.

C’è pochissimo d’aggiungere, se non che “The Underground Resistance” è il picco assoluto dei nuovi Darkthrone, dotato di un tiro micidiale dall’inizio alla fine e fierissimo del proprio estasiante grezzume. Se vi piace il metal non potete non procurarvelo. Se vi piace il metal resterete a bocca aperta di fronte a tanta sostanza. Lasciatevi obnubilare da questa fenomenale collezione di fetidi riff pescati da qualche parte fra l’84 e l’86.

Stefano Masnaghetti


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