Deerhoof – Deerhoof Vs Evil

4/5
Descrivere un disco dei Deerhoof non è facile, mai. Soprattutto quando la band di San Francisco decide di limitare le dissonanze e di darsi al ‘pop’. Paradossalmente, è proprio quando la melodia s’insinua maggiormente nelle strutture spastiche dei Nostri che le cose si fanno ancor più complesse. Rimane un suono sfuggente, irriducibile ai soliti schemi

Descrivere un disco dei Deerhoof non è facile, mai. Soprattutto quando la band di San Francisco decide di limitare le dissonanze e di darsi al ‘pop’. Paradossalmente, è proprio quando la melodia s’insinua maggiormente nelle strutture spastiche dei Nostri che le cose si fanno ancor più complesse. Rimane un suono sfuggente, irriducibile ai soliti schemi precostituiti rock vs pop, melodia vs rumore, etc.

Qualcuno descrisse il suono di “Alien Soundtracks” dei Chrome come “gli Stooges che suonano i Can nel cyberspazio”, azzeccandoci in pieno peraltro. I Deerhoof provengono dalla stessa città dei Chrome, e le canzoni di “Deerhoof Vs Evil” si potrebbero definire come i Don Caballero che suonano i Can in un lounge bar. Almeno la prima di queste, “Qui Dorm, Només Somia”, perché poi il resto delle tracce svaria in un mosaico d’intenzioni che neppure questa definizione (molto meno convincente dell’originale, me ne rendo conto) riesce a cogliere del tutto.

Prendiamo ad esempio “The Merry Barracks”: il riff iniziale sembra quello di “La Grange” degli ZZ Top deturpato da un trattamento noise rock, poi però il brano muta gradualmente fino a giungere ad un’apertura psichedelica di fattura Sixties, fra detriti elettronici e ritornelli alla Frank Zappa; “No One Asked To Dance” apre con una chitarra acustica flamencata, e si fa ballata medievalista; “Must Fight Current” mischia invece sprazzi d’oriente e intuizioni latinoamericane, mentre “Secret Mobilization” è hard rock robotico infarcito di rimandi alla new wave e agli Ottanta. E questi sono gli episodi più ‘lineari’ dell’album; il resto oscilla fra improbabili spezzoni di colonne sonore da b movie anni Settanta, echi di Mr. Bungle, Wire e Minutemen, strascichi indie in ritmi elastici, mentre l’ineffabile voce di Satomi Matsuzaki si spande fra le architetture oblique messe a punto dagli altri tre (oggi c’è pure l’ex Flying Luttenbachers Ed Rodriguez alla chitarra).

Sicuramente fra i migliori dischi dei Deerhoof, caldamente consigliato.

Stefano Masnaghetti

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