Deftones Koi No Yokan

Deftones Koi No Yokan 4/5
Ottimo ritorno per i Deftones, che con “Koi No Yokan“, loro settimo album in studio, dimostrano di aver ancora molte cose da dire. E per una band attiva da oltre vent’anni, si tratta di una cosa niente affatto scontata. Infatti, molte formazioni della stessa veneranda età preferiscono affidarsi al proprio consolidato stile, senza tentar nulla

Ottimo ritorno per i Deftones, che con “Koi No Yokan“, loro settimo album in studio, dimostrano di aver ancora molte cose da dire. E per una band attiva da oltre vent’anni, si tratta di una cosa niente affatto scontata. Infatti, molte formazioni della stessa veneranda età preferiscono affidarsi al proprio consolidato stile, senza tentar nulla per svecchiarlo, scrivendo fondamentalmente le stesse canzoni disco dopo disco. Il precedente “Diamond Eyes“, seppur ottimo, sembrava indirizzare anche Chino Moreno e compagni verso quella strada. Impressione più che errata, perché con questo lavoro il nu metal intinto di post – hardcore sul quale il complesso basò i suoi primi successi, può dirsi definitivamente superato. Non dimenticato né ripudiato, semplicemente inglobato in qualcos’altro, un sound che pesca senza alcun problema dalle fonti più disparate.

Non che manchino episodi piuttosto violenti e affini ai vecchi tempi, come la doppietta “Leathers” e “Poltergeist“, in cui il riffing si fa serrato e profondo e il cantato quasi urlato come su “Adrenalie” e “Around The Fur“. Eppure, oltre a questi elementi, emergono come mai in passato le tentazioni sperimentali dei Deftones, che riescono nell’intento di allargare la propria tavolozza sonora risultando credibili ed efficaci. Se la parte introduttiva di “Swerve City” è deftonsiana al 100%, la prosecuzione del brano mostra sfumature chitarristiche limitrofe al post – rock, mentre il riff portante di “Gauze” fa quasi pensare ai Meshuggah, addolciti però da un notevole afflato melodico. Il contrasto fra asperità metalliche e melodie sognanti, infatti, è la chiave per capire “Koi No Yokan”; un gioco di chiaroscuri sempre presente nel DNA del complesso, ma che in quest’ultimo capitolo si fa ancor più decisivo. Non mancano neppure spunti shoegaze, come accade ad esempio nelle linee vocali di “Rosemary” o ancora nell’atmosfera complessiva di “Romantic Dreams“.

Insomma, la formazione di Sacramento ha saputo assemblare un disco privo di veri e propri punti deboli, dove non si registrano filler palesi né idee mal sviluppate. L’interazione fra strumenti elettrici ed elettronici funziona ottimamente, la produzione dona groove e spessore a chitarre e basso (a proposito, pare che Sergio Vega abbia iniziato a contribuire alla scrittura dei brani), e infine le corde vocali di Moreno sono in ottima forma. Sicuramente si sta parlando di una delle migliori opere in ambito metal e affini del 2012.

Stefano Masnaghetti


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