Depeche Mode Delta Machine

depeche-mode-delta-machine-cover 4/5
Mantenere uno standard di qualità pregiata è un’impresa titanica, che diventa eccezionale se si ha una carriera ultratrentennale alle spalle e l’ultimo disco si è rivelato un grandissimo passo falso. Anche se sei una band antesignana di un genere rivoluzionario quale il synth-pop. Questa è la fotografia del momento storico in cui si trovavano i

Mantenere uno standard di qualità pregiata è un’impresa titanica, che diventa eccezionale se si ha una carriera ultratrentennale alle spalle e l’ultimo disco si è rivelato un grandissimo passo falso. Anche se sei una band antesignana di un genere rivoluzionario quale il synth-pop. Questa è la fotografia del momento storico in cui si trovavano i Depeche Mode alla vigilia della pubblicazione di Delta Machine: nel 2009, “Sounds Of The Universe” si era rivelato un flop tale da far supporre che i sintomi del declino e della stanchezza fossero ormai evidenti. Motivo per cui l’attesa per questo tredicesimo full lenght era alle stelle e non privo di tensione.
“Heaven”, primo estratto che ha rotto gli indugi, è stato il tipico arcobaleno che riporta il sereno. Un brano rock molto lento, suadente quanto basta per insidiarsi nella mente dopo pochi ascolti. Ma si sa, non basta un singolo azzeccato a decretare il successo di un disco.

Fortunatamente, “Delta Machine” è una formula indovinata dalla prima all’ultima nota, all’insegna della riscoperta della vena cupa che li ha caratterizzati nei primi anni ’90 grazie a capolavori quali “Violator” e “Songs of Faith And Devotion”. Fermo restando che quei livelli sono ancora (ahinoi) inarrivabili, la release è inondata di un nuovo ossigeno che ha sicuramente giovato a Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher.
“Broken” ha il mood e la linea melodica sulla stessa linea del primo singolo, con l’unica differenza che in quest’ultima i suoni elettronici hanno uno spazio decisamente più ampio.
“Welcome To My World”, prima traccia della tracklist, è sorprendentemente il pezzo più dark  dell’intero disco, perfetta per guidare l’ascoltatore nei nuovi abissi della band inglese, mentre “Angel” trasuda rabbia positiva da ogni poro, resa alla perfezione dall’alternanza tra strofa electro tiratissima e ritornello soft.
“Goodbye” ha una cadenza blues che si fonde alla perfezione alle venature elettroniche, mix che la candida ad essere uno dei brani che sarà maggiormente ricordato mentre “Soothe My Soul”, il secondo singolo, ha una melodia molto catchy. La vera punta di diamante, tuttavia, è rappresentata da “Slow”: non solo Gahan registra una gran perfomance vocale, ma crea anche un amalgama perfetto con la parte strumentale. Combinazione che conferisce al pezzo una connotazione sensuale ed ipnotica tale da renderla unica.

Il punto è che anche a voler cercare canzoni brutte all’interno di Delta Machine, non ci si riesce: ci troviamo di fronte ad un’opera omogenea ma mai abbastanza da stufare. L’unico avvertimento è che, prima di interiorizzare i brani, ci vogliono diversi ascolti. Ma per chi conosce i Depeche Mode dagli inizi, sa che questo è solo un segnale positivo.

Claudia Falzone

Condividi.