DZ Deathrays Bloodstreams

4/5
Shane Parsons (chitarra e voce) e Simon Ridley (batteria), i due nomi che stanno dietro al progetto DZ Deathrays, hanno imparato la lezione di Black Keys e Bud Spencer Blues Explosion con gran stile: per spaccare non serve essere in tanti, ma basta essere in due ed avere un gran feeling. Questa è l’aria che

Shane Parsons (chitarra e voce) e Simon Ridley (batteria), i due nomi che stanno dietro al progetto DZ Deathrays, hanno imparato la lezione di Black Keys e Bud Spencer Blues Explosion con gran stile: per spaccare non serve essere in tanti, ma basta essere in due ed avere un gran feeling. Questa è l’aria che si respira nel loro debutto “Bloodstreams“: un muro di suono devastante, spesso affascinante, eretto da due ragazzi australiani che vogliono solamente dimostrare di avere le idee chiare già dagli inizi.

Registrato in una manciata di giorni, “Bloodstreams” è il figlio dell’attitudine DIY del nuovo millennio: pur non sacrificando la qualità finale del prodotto, si respira una genuina aria di “buona la prima” inevitabile per un duo che è nato con l’obiettivo primario di suonare nei party più selvaggi, e che proprio in quella location registrò uno dei suoi primi lavori. Musicalmente la loro proposta fa il filo a quanto di alternativo è uscito dai paesi anglofoni negli ultimi trent’anni: dal punk hardcore alle chitarre low fi, passando per il grunge e, per aggiungere un tocco brit, il post punk che si sente soprattutto nella parte finale della prima metà, nei pezzi “Play Dead” e “Gebbie Street“, e i Black Sabbath, spesso citati qua e là.

Dal punto di vista dei brani siamo di fronte ad un punteggio pieno: anche se la scelta del singolo “Dollar Chills” può risultare fuorviante per descrivere le atmosfere di “Bloodstreams“, l’album è una raccolta di “all killer no filler“, citando il titolo del debutto di un’altra famosa party band. I DZ partono in quarta con l’accoppiata “Teenage Kickstart” e “Cops Capacity“, per poi tranquillizzarsi già nella successiva “No Sleep“, brano che descrive al meglio la musica del combo australiano. Le altre canzoni si confermano su livelli alti, lasciando l’aggressività delle due opener nella sola “Debt Death“. Notevole anche il loro esperimento (quasi) strumentale, nell’atmosferica “Trans AM” messa in chiusura del disco, nella quale le linee vocali si sposano perfettamente con la musica.

Definiti dalla stampa estera come la party band del terzo millennio, i DZ Deathrays non hanno in realtà nulla da spartire con nomi più mainstream come, ad esempio, Andrew WK. Figli della musica suonata nei peggiori garage dei suburbs, gli australiani con il loro primo LP “Bloodstreams” giocano da subito le carte più importanti. E spaccano di brutto. In due.

Nicola Lucchetta

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