Eminem The Marshall Mathers LP2

eminem-the-marshall-mathers-lp2-recensione 4.5/5
In musica, come del resto anche al cinema, i sequel sono spesso una delusione. Quando un artista fa un grande album e poi, a distanza di anni, ne incide un altro aggiungendo il numero 2 al titolo, il più delle volte non fa altro che rendere un cattivo servizio all’illustre precedente. Perciò, quando Eminem ha

In musica, come del resto anche al cinema, i sequel sono spesso una delusione. Quando un artista fa un grande album e poi, a distanza di anni, ne incide un altro aggiungendo il numero 2 al titolo, il più delle volte non fa altro che rendere un cattivo servizio all’illustre precedente. Perciò, quando Eminem ha annunciato che il suo nuovo lavoro si sarebbe intitolato “The Marshall Mathers LP2“, ho storto il naso. Più che altro perché da quel disco sono passati tredici anni, ed Em è ormai un’altra persona.

Ma dopo l’ascolto di “MMLP2″ sono stato costretto a fare retromarcia e a riconoscere che un legame diretto tra i due album c’è eccome, non solo a livello contenutistico, ma anche qualitativo. Intendiamoci, “Relapse” era un album così così, per stessa ammissione del rapper di Detroit, e “Recovery” era appena meglio, ma tutto sommato non è che il nostro eroe abbia mai fatto delle schifezze complete. Però ormai sembrava bollito. Anzi, probabile che negli ultimi tempi già fosse contento di arrivare a un altro Capodanno senza ammazzarsi. E insomma, ci si era un po’ rassegnati a vivere le sue nuove uscite con un pizzico di delusione, ascoltando il disco di turno un paio di volte, in maniera distratta, per poi correre a rimettere nelle cuffiette “The Eminem Show”.

Invece, “The Marshall Mathers LP2″ è veramente “The Marshall Mathers LP2″. Non a caso, il disco si apre con “Bad Guy”, uno dei pezzi meno immediati della tracklist, che è però un sequel di quella “Stan” che a Eminem ha portato tanta fortuna. Magari non lo si capisce dal primo minuto, ma a parlare per buona parte del brano è Michael, fratello di quello Stan che, ossessionato da Slim Shady, si suicidava gettandosi con l’auto in un fiume, assieme alla sua ragazza incinta. Solo che ora Michael è cresciuto e vuole vendetta. E così, dopo essersi ucciso da sé in appena sette minuti e quattordici secondi, Eminem può fare quello che gli riesce meglio, ovvero essere se stesso. Ponendo in luce la propria perizia tecnica in brani come “Rap God”, nel quale mette a segno una serie di acrobazie metriche solo per sottolineare che è meglio di te. Sì, proprio di te.

Oppure ingiuriando in rima il Vip di turno, come in “Berzerk”, in cui bersaglia la più povera delle sorelle Kardashian, ovvero Khloé. Che probabilmente sarà stata contentissima, perché così almeno si è parlato di lei, anche perché dai, oggigiorno si sa che chi si offende per gli insulti di un rapper non è altro che un preso male. O Laura Chiatti. O ancora dandosi del cazzone da solo, come in “Asshole”. E come al solito, Eminem si congratula con se stesso – vedi il rock banger “Survival” – per essere un sopravvissuto. Perché tutto sommato essere Marshall Mathers, con tutto il suo talento, ma soprattutto le sue insicurezze, paranoie e fissazioni, non dev’essere così facile come sembra.

E insomma, arrivi a fine disco con la sensazione di avere ritrovato un vecchio amico. E già che ci sei ti congratuli con Eminem per avere ridotto al minimo la guest list – che comprende Rihanna, Skylar Grey, Nate Ruess e un unico rapper, ovvero Kendrick Lamar – perché quegli album pieni di featuring servono solo a coprire l’inconsistenza di mc come Lil’ Wayne. Di tutte le quindici tracce, due rimangono rimangono impresse in modo particolare. La prima è la già citata “Berzerk”, in cui Eminem, con l’aiuto del superproduttore Rick Rubin, rende omaggio all’hip hop old school con sonorità che ricordano i vecchi pezzi dei Beastie Boys, che non a caso sono stati campionati nel brano e che con Rubin hanno confezionato alcuni dei loro migliori lavori. L’altra è “Headlights”, in cui Marshall torna a rivolgersi alla madre, ma questa volta a sorpresa per chiederle scusa – al netto di un “nonostante tutto” che è comunque piuttosto pesante – di essere stato così duro con lei in passato, in particolare in “Cleaning Out My Closet”.

In conclusione, “The Marshall Mathers LP2″ è di gran lunga l’album rap più interessante degli ultimi mesi. Potrà anche starvi sulle palle, ma se Eminem è così famoso non è solo perché è un grandissimo cazzone, ma anche perché è dannatamente bravo.

Marco Agustoni

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