Eyehategod, Eyehategod

Eyehategod Eyehategod 4.5/5
Il consiglio è di ascoltare e successivamente acquistare (sì, anche nel 2014) il prima possibile questo disco. Nella loro nicchia gli Eyehategod continuano ad essere dei maestri.

Sono passati 14 anni dall’ultimo album d’inediti degli Eyehategod, il discreto “Confederacy Of Ruined Lives“. Quasi tre lustri interrotti soltanto dalla pubblicazione di materiale d’archivio, un lasso di tempo in cui la band si è trovata in uno stato d’ibernazione imposto, anche, dalle disavventure patite dal leader Mike Williams, fra le quali figura pure un arresto per possesso di droga. Non solo: lo storico batterista Joey LaCaze, presente sin dal primo disco, è morto poco dopo la fine delle registrazioni del nuovo lavoro. Un quadro sconsolante, eppure forse proprio per questo “Eyehategod” suona così puro e potente. Tanto da poterlo annoverare fra le migliori produzioni del gruppo.

L’album è già stato criticato per la tendenza a velocizzare i tempi rispetto al passato. Tutto vero, ma questo non è necessariamente un male, sicuramente non in questo caso. Lo sludge metal dei Nostri (forse quelli che più hanno contribuito a formare la versione definitiva di questo sottogenere) è vivo, vegeto e grondante malessere come sempre. Semplicemente in alcuni brani la formazione ha voluto rendere omaggio a certo hardcore punk con il quale è cresciuta. Per esempio l’apripista “Agitation! Propaganda!” si nutre di crust/HC sulla scia di Discharge e simili, prima di affogare in melme Sabbath-iane; e la band di Toni Iommy continua ad essere il combustibile primario del quintetto di New Orleans; per sincerarsene basta ascoltare il riff portante della seconda parte di “Parish Motel Sickness“. Contemporaneamente, però, emergono molte altre sfaccettature che in opere come “Take As Needed For Pain” (1993) e “Dopesick” (1996) rimanevano per lo più sommerse nel mezzo della palude: in particolare il recupero di un uso della distorsione affine al noise rock degli anni Ottanta e l’amore per le dodici battute; ed è proprio uno strano connubio fra Black Flag, Big Black e Jesus Lizard che guida il blues malsano e sbilenco di “Quitter’s Offensive“, fra gli apici dell’LP insieme all’altrettanto imprescindibile “Worthless Rescue” (ma qui sono piuttosto i Black Sabbath a cimentarsi con i Lynyrd Skynyrd).

Inutile citare tutte le tracce, che continuano a variare fra scariche di sprangate date alternativamente con mano lenta e pesante oppure veloce e furiosa (“My War” dei Black Flag è la fonte d’ispirazione più smaccata). Il consiglio è di ascoltare e successivamente acquistare (sì, anche nel 2014) il prima possibile questo disco. Nella loro nicchia gli Eyehategod continuano ad essere dei maestri.


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