[Garage – Noise] The Hospitals – I’ve Visited The Island Of Jocks And Jazz (2005)

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Bands – Rich People – Olympic Ghost – She’s Not There – Moving And Shaking – Jocks And Jazz – I Had A Crummy Shift – Problems – Airplanes There – Art Project – Be – Boom Bap Biff – Thank You (Floors) http://www.loadrecords.com/bands/hospitals.htmlwww.loadrecords.com Secondo disco per il duo più rumoroso di San Francisco (del

Bands – Rich People – Olympic Ghost – She’s Not There – Moving And Shaking – Jocks And Jazz – I Had A Crummy Shift – Problems – Airplanes There – Art Project – Be – Boom Bap Biff – Thank You (Floors)

http://www.loadrecords.com/bands/hospitals.html
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Secondo disco per il duo più rumoroso di San Francisco (del mondo?). Il debutto omonimo, targato In The Red, constava di soli 25 minuti di garage suonato a volumi inumani: chitarra – motosega e batteria – incudine, più urla sgraziate a coronare il tutto. Insomma, un capolavoro. Accasatasi presso la Load Records, la band ha parzialmente corretto il tiro. Il risultato è un album probabilmente meno fondamentale del precedente, ma che dalla sua ha comunque moltissimi pregi. Prima di tutto l’abbraccio con il noise tout court e la no wave si fa molto più evidente: se nel primo le canzoni erano tutto sommato “riconoscibili” e di chiara struttura rock, in questo “I’ve Visited The Island Of Jocks And Jazz” si assiste ad una ulteriore destrutturazione del discorso musicale, cosa che fa suonare i The Hospitals ancora più simili ad agitatori sonori del calibro di Royal Trux e Pussy Galore (soprattutto questi ultimi). Per contro, l’impatto fonico e la violenza esecutiva si sono leggermente ridotti: non c’è comunque da preoccuparsi, prima si suonava con il volume a 11, adesso a 10, tutto qua. Quello che emerge è un ulteriore passo verso il minimalismo più demente e grottesco, e questo è un complimento, sia chiaro: i pezzi sono nient’altro che scariche epilettiche di brevissima durata. “Be” e “Art Project” sono quanto di più vicino allo spirito dei primi Pussy Galore (e, di conseguenza, al Captain Beefheart di “Trout Mask Replica”) si possa ascoltare oggi. Ma si potrebbe fare un discorso analogo per ogni brano presente nel platter: piccoli schizzi di vernice nera gettata a deturpare il concetto di “rock song”, realizzati con evidente maestria e consapevolezza d’intenti, alla faccia del presunto primitivismo sbandierato dal duo. Un marasma sonoro nel quale, a stare attenti, puoi trovare mille influenze secondarie, oltre alle fondamentali già citate: il voodobilly dei Cramps (“She’s Not There”), il battito lento e sinistro dei Melvins riletti da qualche gruppo no wave Newyorkese di fine anni Settanta (“Moving Shaking”), ecc. Probabilmente il gruppo più originale e interessante del garage estremo contemporaneo.

S.M.

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