Godflesh – A World Lit Only By Fire

godflesh-a-world-lit-only-by-fire-recensione 4.5/5
Il lavoro più riuscito della band inglese dai tempi di "Selfless": un sound che si rinnova crogiolandosi nella sua stessa inamovibilità.

Una vera e propria resurrezione, quella dei Godflesh. Dopo l’ottimo EP “Decline & Fall” le aspettative per “A World Lit Only By Fire” erano decisamente alte; eppure si temeva un possibile scivolone… dopotutto erano passati ben 13 anni dal deludente “Hymns”, le perplessità riguardo alla tenuta sulla lunga distanza del duo Broadrick/Green non potevano esser nascoste… e invece il nuovo full-length si rivela il lavoro più riuscito della band inglese dai tempi di “Selfless”, pubblicato esattamente vent’anni fa. Anzi, fa persino meglio, arrivando ad echeggiare lo spaesamento industriale del capolavoro “Streetcleaner”. Eppure riesce a muoversi nel tempo, presentando un sound che si rinnova crogiolandosi nella sua stessa inamovibilità.

Su questi nuovi 54 minuti di musica si potrebbero scrivere le stesse parole utilizzate per il mini sopracitato. L’alienazione post industriale non cessa un secondo di azzannarti il cervello, il rimbombo disarmonico ti scuote le viscere, i testi sono quanto di più cupo e disperante si possa immaginare (“All wishes/All wishes are granted/When all you wish for/When all you wish for is nothing/Don’t reason/Don’t reason with ignorance/There’s only brick walls/And towers of emptiness” è l’intero testo di “Towers of Emptiness”, e c’è di peggio) e via discorrendo. Ma qui l’attacco sonico è persino superiore. Il basso di Green si è fatto ancora più squassante: in “Shut Me Down” fa temere per la tenuta delle casse, solo per citare l’esempio più eclatante. La chitarra otto corde e le macchine di Broadrick sanno di ferraglia malefica, non danno tregua per tutte le dieci tracce del cd, si smorzano solo pochi istanti nell’agghiaccio isolazionista dell’intro di “Forgive Our Fathers”. Poi ci sono i momenti di relativa novità, fra cui il livido incedere di “Obeyed”, che chiama in causa certe contorsioni dall’avantgarde black, in particolare quello di Ved Buens Ende/Virus. La voce incute timore quando è in growl, angoscia sottile quando fluttua più impalpabile fra i cascami di un mondo al collasso (“Life Giver Life Taker”, quella dal riff più metal dell’intero disco).

I Godflesh hanno ripreso a fare quel che da sempre gli riesce meglio: ci conducono nel fondo della notte e ci ricordano che l’alba è ben lontana dall’arrivare. Bentornati.


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