Grails – Deep Politics

4/5
I Grails, quartetto interamente strumentale proveniente da Portland, Oregon, sono in giro già da più di un decennio, ma non sono ancora riusciti a sfondare neppure nel loro ambito; certo gli addetti ai lavori li stimano parecchio, e il loro è un culto che man mano si va espandendo, tuttavia la ‘fama’ che arride a

I Grails, quartetto interamente strumentale proveniente da Portland, Oregon, sono in giro già da più di un decennio, ma non sono ancora riusciti a sfondare neppure nel loro ambito; certo gli addetti ai lavori li stimano parecchio, e il loro è un culto che man mano si va espandendo, tuttavia la ‘fama’ che arride a band quali Explosions In The Sky, Red Sparowes, Pelican e simili non li ha ancora raggiunti. E neppure il possente “Doomsdayer’s Holiday” (2008) è riuscito a conquistargli un pubblico più vasto. Potrebbe farlo, però, il qui presente “Deep Politics”, sicuramente il loro capolavoro e opera con tutte le caratteristiche dell’eccezionalità.

Si tratta di una svolta raggiunta quasi si fosse trattato di una folgorazione, una rivoluzione sonora che li vede alle prese con otto nuove composizioni intrise di nebulose psichedeliche e visioni ad occhi aperti. A questo giro il complesso decide di privilegiare la dolcezza dell’abbraccio lisergico, abbandonandosi a lente maree di note vellutate che qua e là s’impennano d’improvviso, nella migliore tradizione post – rock.

La chiave per comprendere “Deep Politics” è il dialogo fra il moderno e l’antico, fra post – rock, appunto, e ‘good vibrations’ intinte in LSD di ottima qualità provenienti dall’età dell’oro di questi esperimenti sonori. E per una volta il tutto assume un volto vivo e vitale, per nulla piagato dalla sindrome calligrafico – citazionista, in fecondo interscambio con il presente e il sound contemporaneo.

La melodia mediorientale di quello che potrebbe essere un sarod nell’iniziale “Future Primitive” s’innesta nel tessuto chitarristico ricco di riverberi e wah wah e mostra come potrebbe suonare la Third Ear Band oggi, richiamando anche l’atmosfera di un disco come “Ragas And Sagas”, storica incisione nata dalla collaborazione tra Jan Garbarek e il musicista pakistano Fateh Ali Khan. La qualità non accenna a diminuire nelle tracce successive: si passa dal flauto magico di “Corridors Of Power”, episodio che tocca tanto i Bardo Pond quanto i Kaleidoscope (quelli americani), agli archi e al pianoforte della title – track, esempio di neo romanticismo in salsa cinematica, tanto che potrebbe esser tratta da una colonna sonora di un noir degli anni Settanta. Non è casuale, infatti, che nella scaletta figuri anche il rifacimento del tema di “Tutti i colori del buio”, pellicola cult con l’Edwige nazionale. E le meraviglie non terminano qui: il riff scuro di “Almost Grew My Hair” si distende in panorami western, “I Led Three Lives” innalza droni in un crescendo spettrale, mentre “Deep Snow” inizia in acustico e si slarga quieta in una sorta di raga rock aggiornato al post – rock, con qualche lievissima deviazione elettronica.

“Deep Politics” è il primo grande disco psichedelico del 2011. Ai Pink Floyd di fine anni Sessanta sarebbe piaciuto sicuramente.

Stefano Masnaghetti

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