Scorpions – Sting In The Tail

4.5/5
Difficilmente un nome così grande e affermato riesce, dopo quasi quarant’anni di carriera, a immettere sul mercato un disco di tal fattura. “Sting In The Tail” dovrebbe essere, a meno di ripensamenti clamorosi, l’ultimo cd da studio degli Scorpions, leggendaria rock band tedesca autrice di capolavori incredibili negli anni ’70 e ’80. Senza girare troppo

Difficilmente un nome così grande e affermato riesce, dopo quasi quarant’anni di carriera, a immettere sul mercato un disco di tal fattura. “Sting In The Tail” dovrebbe essere, a meno di ripensamenti clamorosi, l’ultimo cd da studio degli Scorpions, leggendaria rock band tedesca autrice di capolavori incredibili negli anni ’70 e ’80.
Senza girare troppo intorno al punto, arriviamoci subito: questo lavoro è il migliore dai tempi di “Crazy World” del 1990. Per un gruppo che ha pubblicato il debut nel 1972, è un risultato inaspettato e incredibile. Tuttavia i segnali di una seconda (almeno terza in realtà) giovinezza si erano avuti nell’ottimo “Humanity-Hour 1″ di tre anni fa, ma la qualità contenuta nei dodici pezzi del cd in questione non ha paragoni nel recente passato. Sin dall’opener “Raised On Rock” con talk box Samboriano a manetta, si capisce a cosa siamo di fronte. Una produzione totalmente anni ottanta, ottimizzata con le tecnologie attuali, regalerà ai vostri speaker un’oretta scarsa di impatto vecchio stile che difficilmente dimenticherete. La tanto discussa collaborazione con Tarja Turunen su “The Good Die Young” risulta essere un’ottima scelta, con un Klaus Meine spaventoso per un brano che tutta la marmaglia di band uscite dalla seconda metà degli anni novanta in poi (symphonic-gothic-power-qualcosa) si sogna la notte di comporre. Non si contano i mid tempos da arena e i momenti ancora più spediti e veloci, riffs semplici ma efficaci e melodie nei chorus nel classico stile della band per una release che verrà ricordata a lungo. Certo, sono presenti un po’ di pacchianerie eccessive nella canzone conclusiva o in “Lorelai”, ma possiamo perdonarle e andare oltre. La band stessa durante le registrazioni, ha sprecato paragoni con la pietra miliare “Blackout”. Non siamo in quel territorio, l’hard rock tirato e senza compromessi c’è ma è molto più radio friendly ed ‘easy’ (non che questo sia un problema, anzi) à la “Savage Amusement” per capirci, con le immancabili ballad che risultano essere una migliore dell’altra (“Sly” svetta sulle altre due).

Difficile consigliare un ascolto preciso come anteprima o eseguire uno sterile (utilissimo nell’era digitale e dei blogspot poi…) track by track che lasciamo volentieri alle webze specializzate: accontentatevi di sapere che il disco dell’anno per la scena rock è qui in mezzo a noi, con buona pace di Kiss e altri colossi di recente tornati con dischi di inediti che sanno tanto di compitino. Vi manca solo vederli dal vivo, per scatenarvi, osannare, piangere e ringraziare uno degli act più importanti della storia del Rock. Giù il cappello, “…The Spirit Of Rock Will Never Die!”.

Paolo Sisa

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