Menomena – Mines

4/5
Portland ha partorito ancora una volta una delle sue, geniali, creature. E con “Friend and Foe” (2007), avremmo dovuto già immaginarlo. Il virtuosismo nel creare sonorità che ammiccano al prog rock senza mai sprofondare eccessivamente nel citazionismo e la capacità di intelaiare trame fatte di sassofoni sfrenati, interludi pianistici e improbabili Glockenspiel in un ensemble

Portland ha partorito ancora una volta una delle sue, geniali, creature. E con “Friend and Foe” (2007), avremmo dovuto già immaginarlo.

Il virtuosismo nel creare sonorità che ammiccano al prog rock senza mai sprofondare eccessivamente nel citazionismo e la capacità di intelaiare trame fatte di sassofoni sfrenati, interludi pianistici e improbabili Glockenspiel in un ensemble melodico tanto azzardato quanto azzeccato, avevano trascinato i Menomena al centro delle venerazioni della critica.
Ma con questo terzo album, “Mines”, la band spinge oltre la sperimentazione, approfondisce ciò che con l’ultimo album non aveva avuto il coraggio di sviscerare, percorrendo con più sicurezza un’evoluzione creativa che faticava a trovare una sua precisa direzione.
Le influenze rimbalzano tra i settori più disparati, si va dalle palesi suggestioni prog rock di matrice forse più King Crimsoniana che Genesisiana, agli sprazzi brit – rock à la Blur e al classico indie rock che occhieggia vagamente ai più recenti Kings of Leon e Strokes.
Ma niente che sia troppo intuibile, i Menomena arraffano senza farlo troppo notare.

Tornando alle nostre “mine”, si parte con la pigra, sonnacchiosa quiete mattutina di “Queen Black Acid”: chitarra low profile e basso in prima fila in una toccante ballata dal sapore malinconico, che culla dolcemente verso evanescenti sentieri sporcati solo in ultimo da chitarre diventate via via sempre più graffianti.
La dolcezza di “Queen Black Acid” è però solo un’illusione: nel disco si parlerà di tutt’ altro.
Si parlerà di sound incendiari,come in “TAOS”, che polverizza al primo ascolto, ma che ne richiede altri sei o sette per farsi rimirare in tutta la sua affascinate umoralità.
Chitarre e batterie furiose che si sciolgono in melodie di archi, sassofoni prog e interludi pianistici per poi ripartire più rabbiose di prima, in un singhiozzio incessante di pause e riprese che lasciano senza fiato. Un capolavoro, epico nella sua coordinazione orchestrale.
Quella dei Menomena è musica in trasformazione, in continuo divenire, è fatta di nuvole che si dissolvono per poi ricomporsi minacciose, compatte, quando meno ce lo si aspetta.
Come “Dirty Cartoons”, che dopo la doppiezza dolceamara di “Killemall” e il suo refrain talmente zuccheroso da risultare sinistro, si rivela a sorpresa nella sua semplice identità di ballatona rock dal retrogusto nineties, forse un po’ piaciona, sicuramente molto ruffiana.

L’eterogeneità dei pezzi rivela però un suo disegno, piccoli leitmotiv vengono ripresi e riproposti più volte nell’arco del disco, diventando elementi riconoscitivi del sound della band.
Come in “BOTE”, parente stretta di “TAOS” e apoteosi dello slancio prog della band, che si dispiega ora nelle rapide, determinanti incursioni sax e ora nella carica infuocata delle chitarre, tratti ormai distintivi delle stile melodico del gruppo.
La batteria dissacrante di “Lunchmeat” lascia poi estasiati, ma sarà solo con “Oh Pretty Boy, You’re a Big Boy” che si manifesterà tutto il genio dei Menomena: l’incalzare di piano, basso e del sax squarcia le atmosfere tetre e scarne dell’apertura in un crescendo di pathos angosciante.
Con “Five Little Rooms” si da poi completamente sfogo all’energia degli amati sassofoni, mentre con “Sleeping Beauty” si taglia con le divagazioni prog per passare a rarefattezze synth decisamente anni 80.
L’album si chiude poi con la struggente “Intil”, che ripercorre i passi di “Queen Black Magic”, per tornare, ancora una volta, ad emozionare.

Valentina Lonati

Condividi.