Mike Patton – Mondo Cane

4/5
  Siate sinceri, se l’autore non fosse Patton, ve ne fregherebbe qualcosa di una raccolta di musica leggera italiana anni 50 e 60 ricantata e risuonata? In molti hanno pensato a Mondo Cane come all’ennesimo colpo gobbo del pazzo geniale folletto Patton fermandosi esattamente qui: un disco di pezzi vecchi ricantati, un banale album di

 

Siate sinceri, se l’autore non fosse Patton, ve ne fregherebbe qualcosa di una raccolta di musica leggera italiana anni 50 e 60 ricantata e risuonata? In molti hanno pensato a Mondo Cane come all’ennesimo colpo gobbo del pazzo geniale folletto Patton fermandosi esattamente qui: un disco di pezzi vecchi ricantati, un banale album di cover, però le canta Patton quindi è buffo. Ovviamente sarebbe un errore. Grosso.

Si potrebbe superficialmente supporre che questo lavoro sia un semplice vezzo di un artista col gusto del trash e voglia di essere diverso per forza. In realtà Mondo Cane nasce dall’esigenza di riportare alla luce un momento di particolare fervore creativo della nostra canzone. Un momento che noi abbiamo relegato alla sfera più provinciale della nostra storia musicale ma che, in realtà, è stata un’esperienza forte durante la quale sono stati ideati gli standard che ancora oggi costituiscono l’ossatura di una gran parte del pop melodico.

La stessa operazione portata avanti da un Italiano avrebbe avuto un sapore diverso, totalmente autoreferenziale e sarebbe affogata a causa della paura reverenziale che ci attanaglia quando cerchiamo di mettere le mani sul nostro passato. Patton no, Patton è Californiano, Patton non rischia di insultare i suoi avi, offendere i nonni e turbare i suoi ricordi. Insomma, solo uno straniero poteva infischiarsene dei pericoli insiti nell’affondare le mani in un materiale così pericoloso.

I brani mantengono tutta la loro forza emotiva originale, la camaleontica voce di Patton la conosciamo (peccato alcune pecche di pronuncia qua e là) e a completare il tutto ci pensano la superba tromba di Roy Paci e gli azzeccatissimi arrangiamenti di Daniele Luppi che riadattano i brani ai palati del nuovo millennio. E a questo punto non c’è altro da dire se non “Grazie Mike”.

Stefano Di Noi

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